La missione Carmelitana in Siria
Par le Père Hayaf Fakhry ocd (Liban)

Nell’anno 1939 il padre Bernardo della Madre di Dio raccolse i diversi fatti storici, dispersi nei vari documenti e lettere dell’archivio della missione carmelitana in Siria (Libano), e formò un documento storico descrivendo i principali episodi della storia della Missione, iniziando dal’anno 1643 fino all’anno 1936, trattando la presenza dei nostri missionari nelle varie stazioni di: Biscerri, sopratutto i sinistri fatti contro la missione durante la Guerra Europea e Mondiale. Il quaderno del Padre Bernardo si trova nell’archivio della Semi Provincia del Libano attualmente. Troviamo utile per quelle persone interessate ad avere una idea sulla storia, di leggere questo quaderno. Alcune parti sono state divulgate dal “Carmelo e le sue missioni all’estero”.

الرسالة الكرملية في بلاد سوريا Arabo :

جمّع الأب برناردس لوالدة الإله، خلال عام 1939 مختلف الأحداث التاريخية التي توفرت في الوثائق المختلفة والرسائل والأرشيف في الرسالة الكرملية في بلاد سوريا (أي لبنان). وكوّن وثيقة تاريخية تصف جميع المراحل التي مرت فيها الرسالة الكرملية ابتداءاً من العام 1643 تاريخ تأسيس الرسالة حتى عام 1936. وقد شمل نشاطات الرسالة والآباء في منطقة بشري خاصة الأحداث الأليمة التي عانتها الرسالة خلال الحرب الأوروبية والعالمية.

يوجد الدفتر الذي دوّن فيه الأب برناردس المعلومات، في الأرشيف الكرملي في لبنان. وقد وجدنا أنه من المفيد وضع النص بتصرف الراغبين بالدراسة والاضطلاع والبحث. وقد أوردناه باللغة الأصيلة، الإيطالية، مع الأمل أن نتمكن لاحقاً من ترجمته. للراغبين بالاضطلاع يمكنهم الاتصال بالأب هياف فخري الكرملي في الإقليم اللبناني.

 

(NB. Ci scusiamo per gli sbagli di stampa)

Il testo:

La missione Carmelitana in Siria

INTRODUZIONE.

PARTE I

ORIGINE DELLE NOSTRE MISSIONI.

É memorabile nei fasti della Chiesa e del Carmelo il Capitolo Generale della Riforma Carmelitana, celebrato a Roma nel convento di santa Maria della Scala nel 1605, anno in cui quei venerandi Prelati, rinunziando alle alte cariche, che ricoprivano nell’Ordine, si votarono tutti per le sante Missioni. Questo voto non fu altro che la più autentica conferma dell’idea missionaria, che la grande Teresa di Avila aveva lasciato in retaggio ai suoi Figli.

Il Signore aveva detto a Teresa, piangente per l’infelice sorte di tante anime avvolte nelle tenebre del paganesimo e dell’eresia: “Aspetta, Figlia, e vedrai grandi cose”. Teresa, infatti, ancora in vita, vide un drapello di suoi figli veleggiare alla volta di quella terra dei Mori, che l’aveva attratta, ancora settenne, a fuggire dalla casa paterna per diffondere tra quei popoli la luce del Vangelo; vide quel drappello di eroi cogliere la palma del martirio, prima di guadagnare l’agognata meta.

Teresa, dopo la sua morte, vide i suoi figli prendere parte attivissima, collaborando nella fondazione di quella sacra Congregazione Romana, conosciuta sotto il nome di Propaganda Fide, congregazione che doveva disciplinare, estendere e governare le Missioni cattoliche, collaborazione che è vanto e gloria della Famiglia Teresiana. Teresa vide la fondazione di fiorenti seminari, sorti nel seno stesso della sua Famiglia, per la formazione di schiere di giovani Missionari Carmelitani, che dovevano portare la luce del Vangelo nelle contrade più remote.

Teresa vide anche stuoli di suoi figli combattere le più belle battaglie della fede e che imporporarono di generoso sangue la loro gloriosa divisa, cogliendo la palma del martirio... vide e vedrà i suoi figli missionari elevati alla gloria degli altari.

Lo storico ed austero convento di santa Maria della Scala vanta la gloria di essere stato la sede dove  lo spirito missionario della Nostra Santa Madre Teresa trovò la sua più fedele e genuina attuazione. In quel convento, infatti, furono elaborati i grandiosi progetti, che dovevano dare alle Missioni un’organicità ed uno sp;endore, fino allora mai raggiunto.

Quando i numerosi conventi di tutta l’Italia ed il gran numero di religiosi reclamò l’erezione canonica di più provincie, il glorioso convento della Scala doveva devenire casa madre di una provincia religiosa, la quale, appunto perché sorta presso la tomba del Principio degli Apostoli, doveva infondere nei suoi Figli l’amore, l’ardore, lo zelo più sentito per la conversione degl’infedeli.

Nel corso di tre secoli la nostra Provincia Romana ha l’onore di poter affermare di aver dato alla causa delle missioni cattoliche parte dei suoi migliori figli. E, quando alla fine del secolo XVIII i missionari Carmelitani Scalzi della Congragazione d’Italia erano 670, nei quali 553 italiani, buon numero di questi erano della provincia Romana, i quali, in unione con i confratelli di altre Provincie, lavorarono all’evangelizzazione dei popoli di Persia, di Palestina, della Siria, Mesopotania, Gran Mogol, Indie, Cina, Giappone, Madagascar, del Sud Africa, del Sua e Nord America. Essi, oltre all’essere stati zelanti Missionari, che convertirono alla fede un gran numero di anime, furono altamente benmeriti delle scienze; la filosofia, la geografia, l’etnografia, la botanica devono ai figli di Santa Teresa un contributo non trascurabile.

Nella gloriosa schiera di Missionari Carmelitani Scalzi, alunni della provincia Romana, che con la virtù e col sapere si resero benemeriti della religione e della scienza, s’impongono, primi tra i primi, quali valorosi campioni, i seguenti:

 Mons. Dimas della Croce, archivescovo di Ispahan in Persia, morto ne 1639.

Mons. Giuseppe di santa Maria (Sebastiani), nato a Caprarola (roma), primo vicario Apostolico del Malabar, morto a città di Castello il 15 Ottobre 1689.

Mons. Carlo di San Corrado, arcivescovo di Bombey, morto in questa città nel 1773.

Mons. Vittorio si anta Teresa, arcivescovo di Bombey, morto bel 1794.

Mons. Luigi M. Di Gesù, Arcivescovo di Verapoly, morto il 2 Aprile 1802.

Mons. Lodovico di Santa Teresa, vicario Apostolico del Gran Mogol, morto a Bombey nel 1847.

Mons. Michele Antonia di San Luuigi, arcivescovo di Bombey, morto a Quilon nel 1878.

Mons. Luigi di santa Teresa, arcivescovo di Verapoly, morto in Arezzo il 2 Luglio 1883.

Mons. Bernardino di santa Teresa, vicario Apostolico di Verapoly, arcivescovo di Farsala, nato a Roma il 5 Marzo 1807, morto a Verapoly il 15 ottobre 1868.

Fra Giovanni Battista del Santissimo Sacramento (casini), nato a Frascati nel 1777, morto sul monte carmelo l’1 Ottobre 1849.

Padre Stanislao del sacro Cuore (intaccialagli) , nato a Montecompatri (Roma) l’8 Gennaio 1866, morto a Tripoli de Siria il 18 Ottobre 1928.

MISSIONE DELLA SIRIA.

La Sacra Congregazione di Propaganda fide, con decreto del 4 Novembre 1908 affidava la Missione di Siria alla nostra Provincia Romana.

Prima di questo decreto la Missione dipendeva direttamente dal Nostro V. Definitorio Generale, eccetto qualche breve periodo di tempo in cui essa fu governata dal Vicario del santo Monte Carmelo.

La missione di Siria godeva il titolo di Prefettura Apostolica dalla sua fondazione fino al 1898, anno in cui questo titolo fu soppresso e rimase quello di semplice Missione Apostolica Carmelitana.

La nostra Provincia Romana accettò l’incarico che la S. Congregazione le affidava, ma impegnata nella fondazione di nuovi conventi in Italia e nel Brazile e, non potendo, perciò, inviare in Siria tanti religiosi quanti le esigenze dell’apostolico ministero richiedevano, venne ed è coadiuvata da religiosi di altre Province italiane, segnatamente da Religiosi della fiorente Provincia Veneta.

La nostra Missione di Siria conta tre secoli di vita. Essa, infatti fu fondata con la prima residenza, aperta in Aleppo il 30 Settembre 1627, sotto gli auspici e l’invocazione della Vergine Maria  Vergine del Carmeli, dal celebre P. Prospero dello Spirito santo, spagnolo, già novizio in Santa Maria della Scala.

Con questa e con le successive fondazioni, che il P. Prospero ed i suoi confratelli intraprendono sul Libano, a Tripoli, a Caifa, a San Giovanni d’Acri, sul Carmelo, e quasi contemporaneamente, altri Missionari Teresiani fondano nella Persia, e poco dopo in Mesopotanea, l’Ordine del Carmelo riprende in Oriente vita e splendore e si ricongiunge alla sua gloriosoa storia millenaria, che fu, che sarà vanto ed orgolio dell’Ordine di Maria.

La Missione di Aleppo ebbe illustri missionari, collaboratori e continuatori infaticabili dell’opera del Ven P. Prosepero. Le strepitose conversioni religiosi registrati furono ben meritato premio dello zelo e della profonda conoscenza della lingua araba del Padre Celestino di Santa Ludvina, del padre Tomaso di san Giuseppe, Padre Bruno di san Ivone, padre Ignazio di Gesù, padre Basilio di San giuseppe, Padre David di S. Carlo, nato in Aleppo, e che fu poi Vescovo di Smirne.

La fama della dottrina e dello Zelo dei nostri Missionari di Aleppo varcò i confini della popolosa città orientale, in molte regioni si reclamava la loro presenza. Sua Beatitudine Mons. Stefano Douaihi[1], Patriarca dei Maroniti, sollecitò la presenza dei nostri padri tra i suoi figli, raccolti a migliaia nella stretta valle dei Santi, sotto i Biblici Cedri del Libano, perchè oppressi dalla scimitarra turca, per dare loro coraggio e conforto nelle dure battaglie della fede.

Nel 1643 il Padre Celestino di San Ludvina con due suoi confratelli, padre Agostino, medico, e fra Carlo, partirono da Aleppo, si recarono sul Libano, discesero nella stretta e quasi inaccessibile valle dei santi (Kadiscia) e si portarono ai piedi del Patriarca, che con tante insistenze li aveva chiamati per affidar loro la cura dei suoi figli, oppressi e tribolati.

Sua Beatitudine s’inginocchiò davanti ai Missionari genuflessi per avere da loro la bendizione del Signore; lacrime si mescolarono a lacrimo, e voci di giubilo partirono dalla folla, che salutava l’arrivo dei missionari, quale auspicio di bendizione del cielo, di pace e prosperità.

Padre Celestino apri  nella valle dei santi un ospizio, scavato nella viva roccia, ospizio adatto più a nido di aquila che ad abitazione dei missionari. In questo ospizio  e capella, dedicata a San Eliseo, i nostri padri operarono veri prodigi di zelo missionario, per cui la loro memoria è ancora in bendizione tra il popolo maronita.

Il padre Celestino per la competenza nelle lingue orientali coadiuvò efficaciamente l’Archivescovo maronita Sergio Rissi nella edizione della Bibbia in lingua araba, stampata a Roma nel 1671. inoltre tradusse e pubblicò, nella stessa lingua, L’imitazione Di Cristo.

Nel 1701 i missionari Carmelitani, seguendo i Maroniti, i quali cessato il pericolo della persecuzione turca, risalivano la Valle dei Santi, e si stabilivano sulle pendici di scoscese montagne, aprirono un secondo ospizio a Mar Sarkis (s. Sergio), poco lontano da Biscerri, e ad un’ora di distanza dai millenari cedri del Libano. In questo nuovo ospizio i nostri padri esercitavano con incomparabile zelo il ministero apostolico, avendo anche di mira i bisogni materiali della popolazione. A Mar Sarkis essi aprirono una farmacia, la prima e, per molto tempo, l’unica in tutto il Libano Nord.

Introdussero in questa regione la coltivazione della  patata, che anche oggi costituisce una delle richezze principali del paese, facendone annualmente una esportazione di oltre 1000 tonnellate. I nostri padri propagarono in tutto il libano la devozione dello scapolare, coltivarono nel popolo la più tenera devozione alla Vergine del Carmelo. Anche oggi è difficile trovare un libanese che non sia fregiato della livrea di Maria.

A Biscerri è ancor vivo il ricordo di una memoranda battaglia, sostenuta da quei forti libanesi contro i mussulmani e Metueli, che si erano accampati in quella regione con imminente pericolo del popolo maronita, battaglia sostenuta in nome di Maria, Regine e decoro del Carmelo, coronata da brillante Vittoria il 16 Luglio 1761.

La Missione del Libano aveva bisogno d’un punto di appoggio nel costa del Mediterraneo e percio nacque la necessità di aprire un ospizio a Tripoli, distante da Biscerri circa 50 Km. Nel 1645 la fondazione a Tripoli divenne realtà per opera del padre Carlo e del padre Elia.

Biscerri e Tripoli erano due basi di attività apostolica, di cui una integrava l’altra. I giovani missionari, che uscivano dai nostri seminari per le missioni, andavano in Oriente completamente formati, avevano, cioé, profonda conoscenza delle lingue orientali e delle controversie religiose, che da secoli dilaniavano l’Oriente.

Da Tripoli essi si dividevano a gruppi, formato ciascuno da due o tre missionari, ad ogni gruppo era assegnato una zona, quindi tutti i paesi del Libano, e della /siria, godevano del beneficio della divina parola, predicata da padri Carmelitani Scalzi. Biscerri veniva ad essere naturalmente il luogo di convegno, dove quei grandi missionari ritempravano le forze del corpo e dello spirito nella dolce quiete del ritiro e della preghiera nell’incantevole Ospizio di Mar- Sarkis. Non va poi dimenticato che i nostri Padri presero parte, dietro invito delle autorità ecclesiastiche, al concilio libanese che si chiuse l’anno 1738.

Tra la popolazione di Biscerri è venerata la memoria di Fra Placido, Fra Angeo, Fra Antonio, Fra Michele e di Padre Emmanuele della Croce, ultimo prefetto Apostolico della Missione, che trascorse lunghi anni sul Libano, prodigandosi a tutte le opere di bene, e mori a Tripolo nel 1910.

I Biscerrani a ricordo dell’illustre missionario scomparso, elevarono, anni addietro, una  grande Croce, poggiata su viva roccia, a 2000 metri, croce e monumento insieme, che domina tutto il magnifico anfiteatro formato dalla catena di montagne del Libano Nord.

Nel 1907 i nostri padri iniziarono la costruzione d’un grandioso collegio che fu compiuto poco dopo con un’elegante chiesa annessa. L’insegnamento, che da lunghi anni era stato impartito dai nostri missionari, nel collegio si affermò con un programma più vasto, mantenedo nel paese fiorenti scuole gratuite; si apri anche una nuova scuola ad Hacit, un’ora distante da Biscerri.

Nel 1909 vennero dall’Italia le nostre suore Teresiane, che presero la direzione del Collegio femminile e di una numerosa scuola gratuita per bambine, della farmacia e dell’ambulatorio. A Biscerri fiorisce anche un numeroso Terz’Ordine, forte di oltre 200 Terziarie. Anche la missione di Tripoli, sede del Superiore Apostoloco della missione, ha oggi una fiorente scuola maschile di oltre 200 alunni, una tipografia, scuola di musica, il Piccolo Seminario Carmelitano per gli’indigeni, il collegio Teologico ed il Terz’Ordine.

Le nostre Suore Teresiane di Campi Bisanzio, al servizio della Missione, dirigono una numerosa scuola femminile, asilo infantile, ospedale ed ambulatorio.

Nel 1836, dietro sollecitazioni della Curia patriarcale maronita, i nostri Padri aprirono un ospizio nella regione dell’Akkar, in Kobayath. In questo tempo Kobayath era un piccolo viallaggio di 800 anime, la popolazione era quasi tutta scismatica, i nostri padri, in breve giro di anni, riuscirono a convertire tutti alla fede cattolica, e quest’opera di conversione non si arrestò ai primi annni della fondazione, ma per molto tempo, conducendo al grembo della Chiesa le famiglie di scismatici che si recavano nell’Akkar per la coltura dei gelsi.

Il fondatore di questa stazione fu il padre  Eliseo di Santa Barbara, italiano, cui successe il padre Maurizio, Fra Domenico, padre Bernardo, ma colui che a legato il suo nome a questa cristianità dell’Akkar, è il Padre Stanislao del santo Cuore di Gesù (Intraccialagli), nato a Montecompatri (Roma) il 7 Gennaio 1866, morto a Tripoli il 18 Ottobre 1928. dire cosa egli abbia operato a pro delle frazioni di Cristiani sparsi in tutto l’Akkar, nei suoi trent’anni di vita missionaria, non é cosa facile. In tutte le cruente persecuzione che la Sublime Porta ordinava contro i Cristiani dello impero Turco. I Cristiani dell’Akkar trovarono nel forte missionario una potenza efficace. ;a potenza e la tracotanza dei Musulmani della regione s’infransero sempre contro la magnanimità, lealtà e rettitudine del forte missionario.

Fu visto anche mettersi a capo della gioventù, guidarla ad azioni rischiosa contro la prepotenza dei Metueli tutte le volte che questi tentarono di depredare con improvvise razzie il popolo di Kobayath.

Non soltanto in questo campo il padre Stanislao si rese benemerito quella nostra Missione, na il suo confessionale era sempre affollato da popolo che cercava in lui, guida, conforto. La sua predicazione in lingua araba, sempre facile e penetrante, incitava al bene ed allontanava dal male. L’ospizio della missione era divenuto il tribunale di tutto l’Akkar. Tutte le questione di Kobayath e dei paesi limitrofi trovarono la loro equa e naturale soluzione presso il Missionario, che si faceva sempre a tutti. Il desiderio che costantemente animò il padre Stanislao fu quello di vedere la nostra missione di Siria sempre più fiorente, con buon numero di religiosi indigeni, formati secondo le esigenze dei luoghi e del tempo. Alla vigilia di vedere attuate il suo più accarenzzato sogno si spenso, rese la sua bell’anima a Dio in Tripoli il 18 Ottobre 1928.

Nel 1904 il padre Stanislao condusse dall’Italia il primo drapello di suore Teresiane di Campo Bisanzio, alle quali affidò la scuola femminile di Kobayath. Egli dette maggiore sviluppo alle scuole maschili, apri un ambulatorio, in cui prestò per molti anni la sua opera un valente dottore romano (Alessandro Casini), ingrandi la farmacia già esistente e condusse a termine una magnifica chiesa a tre navate, aperta a culto nel 1914.

I nostri padri nel 1627 avevano aperto le residenze di Aleppo, la quale, fra l’altro, doveva servire come base alle nostre numerose Missioni di Persia e della Mesopotania. Quando furono trovate strade più sicure e meno incomode per recarsi in quelle lontane regioni, i nostri Missionari non ebbero più bisogno di passare per Aleppo, onde riposarei del lungo ed estenuante viaggio; quella residenza, quindi, fu chiusa e si apri una nuova stazione ad Alessandretta (1866). Qui i nostri missionari ebbero cura della parrochia latina. Per oltre 40 anni vi fu parroco il reverendo padre Paolo pergentino della Provincia Toscana. Egli fu tenuto in grande stima da tutta la popolazione di Alessandretta, operò un bene immenso a pro delle anime e, incoraggiato ed aiutato dal venerando Prefetto Apostolico di quel tempo, Padre Emmanuele della Croce, potè costruire una vasta Chiesa, che è una più bella della Siria. In Alessandretta, annesso alla bella chiesa, sorse anche un conventino per abitazione dei padri, più tardi scuole maschili dirette dai nostri padri e due scuole femminili, dirette, la prima, dalle Suore di San Giuseppe dell’Apparizione, la seconda, dalle suore Carmelitane di Campi Bisanzio.

Nel 1886 il padre Emmanuele della Croce fondò un ospizio con cappella a Baylan, cittadina distante da Alessandretta 16 Km. Lo scopo di questa fondazione fu quella d’incoraggiare ed istruire numerose frazioni di Cristiani scismatici che desideravano il ritorno alla chiesa cattolica. La speranza non fu delusa. Molte famiglie si convertirono e la nuova cristianità trovò in quel nostro ospizio conforto e protezione nelle cruente persecuzioni scatenate dal fanatismo turco contro i cristiani, specialmente inquella del 1908 . A Beilan nel 1910 fu aperta anche un orfanatorio, asilo infantile e scuola femminile, opere tutte della nostra missione, affidate alle suore Carmelitane di Campi Bisanzio. Le quali opere, causa i disastri della guerra mondiale, sono estinte, quindi la missione oggi in Beilan non è altro che un ospizio e capella.

Nel 1907 le nostre Suore Tereziarie, dipendenti dalla missione di Siria, aprirono a Caifa una scuola femminile a cui aggiunsero successivamente un asilo infantile e scuola di lavoro. Nella stessa città nel 1927 si apri una seconda scuola femminile gratuita, diretta dalle stesse benemerite Suore.

La missione di Siria nel 1919 apri una nuova stazione a Macri (Anatolia), di fronte a Rodi. Questa stazione era destinata ad essere base di nuove missioni in Anatolia. Già il lavoro era cominciato e si nutrivano le più liete speranze di un fecondo apostolico, ma, per la spinta xenofoba di Mustafa Kamal, i nostri Superiori furono costretti a chiudere le due scuole, maschile e femminile, ed ambulatorio, che già funzionava egregiamente sotto la direzione di una valente chiururgico italiano.

Le suore Terziarie Carmelitane francesi, che da lunghi anni curano un orfanatrofio e scuola a Caifa ed una scuola ad Esfia, sul Carmelo, nel 1921 fondarono un collegio ed orfanatorio a Lattaquié (siria), distante 157 Km da Tripooli. La scuola di queste nostre suore è frequentata da oltre 350 alunne; altro buon numero di alunne frequentano la nuova scuola fondata dalle stesse Suore nel 1925 a Dher Saphra, villagio distante un’ora da Lattaquié. Le scuole ed altre opere di queste nostre consorelle francesi non dipendono dal superiore della nostra Missione, ma le suore amano di essere sotto la direzione spirituale dei nostri missionari per ricevere dai loro confratelli di religione indirizzo, guida, spirito proprio della grande Famiglia Teresiana, anche nelle nuove fondazioni da esse fatte in Slenfe e Beirut.

Conclusione: I cultori della storia del Cattollicismo in Oriente riconoscono il contributo dato, attraverso tre secoli, dai missionari carmelitani scalzi alla conservazione della vera fede dei Cristiani apparteneti ai diversi riti orientali, nonchè alla conversione di non pochi scismatici. Tra gli altri basti notare Mons. Bougaud, nella Storia del Cristianesime in Oriente, il quale afferma che se i cattolici orientali, ciò si deve allo zelo dei Carmelitani Scalzi, dei Francescani, Gesuiti, Lazzaristi. Nella storia Universali della Chiesa, il Card. Hengenrother encomia l’opera dei Misasionari Teresiani in Oriente. L’illustre orientalista padre Cheico S. J. Nella sua opera “Storia letteraria del secolo XIX” riconosce l’efficacia e gli ottimi frutti dell’insegnamento impartito dai Figli di santa Teresa nelle tutti gli ordini religiosi hanno missioni in Oriente le quali, missioni incontrano tutte le stesse difficoltà,  e nessuna di esse può vantare conversioni numerose come altrove. Ma tutti i m issionari, a qualunque istituto appatengano, lavorano tenacmente per la conservazione dei cattolici nella fede di Roma e nell’abbattere per sempre gli ultimi baluardi del fanatismi musulmano contro la vera religione cristiana.

Quatunque essi abbiano sempre preferito di lavorare in silenzio, la loro opera, però, non è mai passata inosservata alle alte autorità ecclesiatiche che, in ogni tempo, hanno encomiato il lavoro e lo zelo dei nostri Padri.

Questo lavoro iniziato in Aleppo tre secoli fa, se nella seconda metà del secolo scorso ebbe a subire un deprecato rallentamento, causa le successive soppressioni degli Ordini religiosi inEuropa, negli ultimi trent’anni esso è stato ripreso con maggiore alacrità apportando frutti più copiosi.

La nostra Missione ha quattro chiese, sei cappelle pubbliche, 14 scuole, un ospedale, un orfanatrofio e tre farmacie; conta 23 padri, 10 fratelli  e 14 Sacerdoti ausiliari indigeni e presta assistenza spirituale ai Fratelli delle scuole Cristiane ed alle suore di San Giuseppe dell’Apparizione.

Oltre al Terz’Ordine del Carmelo stabilito a Biscerri, a Kobayath, in Alessandretta, la Missione tiene confraternite e società di mutuo soccorso, mantiene per l’insegnamento 45 insegnanti, oltre i Pdri e le suore, con una media di 1700 alunni di ambo i sessi.

La popolazione della Siria, secondo l’ultima statistica presentata dai nostri Missionari nell’Esposizione Missionaria Vaticana, ascende a tre millioni di abitanti, dei quali 400.000 sono cattolici e tra questi si svolge l’apostolato dei nostri confratelli.

Nell’immediato dopo guerra i nostri Superiori, uniformandosi alle direttive della Santa Sede e raccogliendo i voti degli ultimi prefetti Apostolici: Padre Fernando di Santa Maria della provincia Veneta, che fu poi Vescovo di Quilon, del Padre Emmanuele della Croce e del Superiore Apostolico Padre Cirillo di Santa Maria, aprirono un piccolo seminario prer indigeni, da cui uscirono novizi, studenti di filosofia e teologia e padri ... e, quando questi nostri giovani, che ora sono manipoli, diventeranno chiere, si dovranno cercare nuovi centri di apostolato; il carmeli in Oriente dilaterà le sue file, segnerà nuove tappe e porterà sempre più avanti la sua millenaria bandiera, su cui è scritto:

ZELO ZELATUS SUM

PRO DOMINO DEO EXERCITUUM.

PREFAZIONE

Scopo precipuo che induce a raccogliere le memorie riguardanti la nostra stazione missionaria di Biscerri. Sarebbe quella di compilare una cronistoria esatta, ma alla distanza di tre secoli dalla fondazione di questa nostra Missione non è possibile raccogliere gli elementi indispensabile per completare un lavoro che potrebbe appagare il legittimo desiderio dei nostri confratelli presenti e futuri.

Nell’archivio generalizio dell’ordine in roma , esiste un’accredita croninsta della nostra stazione di aleppo; in quel volume si parla dei primi passi della fondazione della stazione di Mar Liscia in Biscerri, Monte Libano, ma, deta la distanza, non è possibile consultarla. Copia di detta cronista si trova, a quanto pare, presso i padri Gesuiti di Beirut o presso Monaci Maroniti, certo è ch’essa esiste.

Nella rivista patriarcale maronita in un numero del 190 – 1031 era citata la nostra autorevole cronistoia di Aleppo, per una questione sorta verso la fine del XVII tra i Francescani di quella città con i riti orientali a propositi di diritto di proprietà del cimitero cattolico.

Lo scopo, quindi del presente lavoro è modesto, privo di qualsiasi valore critico; si tratta, perciò, semplicemente di raccogliere memorie antiche, affinché col tempo non vadano completamente perdute.

Raccolte cosi le poche memorie antiche, è scopo del presente lavoro fissare fatti e date più recenti con l’augurio che in progresso di tempo sorgano volenterosi confratelli, i quali siano in grado di colmare le antiche lacune e continuare a registrare fatti e date in modo da compilare un lavoro organico da cui possa trasparire l’apostolato religioso e civile dei nostri confratelli.

Evidemente nel parlare della nostra stazione missionaria di Biscerri occore toccare argomenti che si riferiscaono ad altre case. Ciò non è materia di confusione, ma un fattore che presenta più compatto ed organico il lavoro propostoci.

Della nostra stazione di Biscerri, premessa una breve descrizione topografica, si parlerà prima della stazione di Mar Liscia (s. Eliseo), poi della fondazione di Mar Sarkis (S. Sergio) e in Mar Juseph (S. Giuseppe).

Nello stendere i cenni storici delle tre case si presenterà la biografia dei Missionari che si sono distinti per virtù religiose e per zelo della salute delle anime nel lavoro apostolico, svolto in questa regione del Libano Nord.

Ai lettori di questo modesto lavoro chiediamo venia per le involontarie inesatezze incorse e per le lacune non potute colmare per mancanza di documenti. É di somma importanza poter affermare che fra tanti documenti che attestano dell’attività missionaria dei nostri confratelli svolta in 300 anni, v’é un document tuttora vivente; documento che ebbe inizio tre secoli fa, poggiato su costante e generale tradizione ed é questo : il popolo di Biscerri e dei paesi limitrofi cocepi la più alta stima dei missionari Carmelitani Scalzi fin dal loro arrivo in questa regione del Libano Nord, e tale stima, fondata sulla santità della vita, sulla coltura  e sullo zelo apostolico dei nostri fratelli, non è mai stata smentita. Ed è il paese, concorde, che afferma, che per tradizione ininterrotta, mai il popolo, nè ieri, nè oggi. Ho potuto constatare azioni, fatti che potessero anche lontanamenteoffuscare il buon nome, la virtù, la santità della vita dei Religiosi Carmelitani, che ci sono costantemente succeduti nella nostra Missione di Biscerri.

Tale amore e tale stima, oggi è sentita più che mai. Ai nostri Fratelli di domani la preghiera, l’augurio di aumentare la stima, l’attaccamento e la venerazione che il popolo nutre verso il Nostro Santo Abito e tutto ad maiorem Dei gloriam.

BISCERRI

Le vette del Libano inardite, somigliano a vecchi, cui, per gli anni, le schiene si curvano in grad’arco ed il capo spogliasi delle noe chiome. I cedri quei titani della flora terrestre, gloriosa chioma del Libano, divemgono sempre più rari suo capo. Di quei cedri, che ai tempi biblici formavano il glorioso popolo libanese, cui la scrittura si compiace paragonare il Giusto, “il giusto fiorirà come la palma, grandeggerà come il cedro del Libano”, ve n’erano flote e nere foreste. Si popolosa tanto fu la famiglia dei cedri che se ne madavano in tutto l’Oriente e formare i padiglioni dei principi ed i sontuosi templi delle nazioni, menao vanto i monarchi assiri sui cilidri cuneformi ed i Faraoni dell’Egitto nelle scritte geroglifiche trionfali dei loro templi, di essere montati sul Libano. Diaverne scosse ed atterate le folte foreste dei cedri che lo rivestivano. Oggi solo pochi gruppi sostengono la gloria del loro nobile ed antico lignaggio. Ebbene proprio vicino ad un gruppo di quei cedri superstiti, all’alteza di 1930 metri sul livello del mare piacque ai nostri predecessori Carmelitani porre un nido del N. Ordine.

Fu un calvinista convertito. Un padre Olandese, che si portò il primo nel 1643 a fondare colassù un chiostro ed a dare principio alle nostre missioni sul Libano. Si salutarono allora il Libano ed il Carmelo, squassando i loro capi con cenni di gioia e di fratellanza. Quel primo chiostro, in vicinanaza dei cedri, sorse nella profonda dirupata gola del Nahr Kadischa, ossia fiume dei Santi, o, a dir meglio, in una spaccatua di due monti, u’ora distante da Biscerri, cittadella maronita. Orribili e pur belle a vedersi sono le anguste fauci di quei monti, dove sorse il primitivo nostro convento libanese; gli scroscia sotto, nel fondo, il torrente Kadischa, trabalzando di sasso insasso le spumose bianchissime onde.

Le due pareti di monti ssi drizzano a picco, formando una strettissima gola, dove acuti scogli sporgono da una parte e dall’altra e nudi, arditi picchi slanciansi verso il cielo; sono come un diadema di stile gotico che corona quelle gigantesche pareti della mano di Javeh. Nel fondo, dunque, di questa gola, in una caverna quasi inaccessibile della parete occidentale del monte, sotto un enorme scolgio sporgente, scelse il buon Padre Olandese la nostra prima dimora e vi eresse un convento. Si trattava di un nido nella roccia, più adatto ad aquile dal volo potente che a miseri mortali. Ma erano in tempi pericolosi, bisognava diffendersi dagli assalti improvisi di bande di fanatici e di beduini, ed è perciò che tutti i conventi di quell’epoca, in terra Santa, sono fatti a guisa di fortezze o innalzati sugli scoscesi dirupi dei monti.

Fu però impossibile ai nostri perdurare a lungo in quel nido di aquile. Si cedette il posto agli Antoniani Libanesi e si andò in cerca di un più comodo sito, dove porre i Carmelitici lari. Nel 1701 venne scelta un’altra troglotidica caverna, meno distante dalla cittadella di Biscerri, e sopra allo stesso scaglione di monte.

Pur quel nuovo eremitaggio era tagliato nel monte; la chiesa, detta Mar Sarkis, perchè dedicata a San Sergio, era nuda grotta, chiusa da un muro per riparala dai non miti inverni; le celle ed il corridoio del convento erano scavati proprio nella viva roccia. Tali restano ancora oggi la chiesa ed il convento che furono nostri. Alla distanza di venti minuti siede in pittoresco sito Biscerri con i suoi 5000 abitanti. Se volete un’idea della sua popolazione, immaginate di essere sul bel mezzo di una anfiteatrro, di quelli che solo la mente di Dio sa architettare, un anfiteatro di monti altissimi con le creste coronate di neve, coi fianchi rigati di bianche striscie di acqua scendenti precipitose dalle cime verso la valle. Le pareti di questo colossale anfiteatro, ri pide, impraticabili verso la sommità, scendono con dolce declivio verso il centro e formano dopo mille e più metri di discesa il primo gradino; sopra questo vi giganteggiano i cedri, stretti come una sola famiglia da un recinto che tutti li abbraccia e difende, e dopo altri 400 metri il pendio diventa ad una tratto più dolce e le pareti paion tendere con impeto ad incontrarsi nel mezzo, formando cosi un secondo gradino di questo anfiteatro e preparando un seggio a Biscerri, perchè si assida spettatrice del meraviglioso panorama. Ma Biscerri non si pò muovenvere a grand’agio su tale spianata, perchè le pareti dei monti, cedutole un piccolo spazio, ad un tratto scendono a piombo, e per più di 200 metri, costringendo i timidi ruscelli a far spaventevoli salti nella profonda valle, dove scorse il primitivo nostro chiostro. Incantevole è la posizione di Biscerri, tra i verdeggianti terrazzi del monte e sull’orlo di quel precipizio, ma per sua mala ventura è pochissimo il terreno coltivabile che si stende ai suoi fianchi.

 Biscerri è visitata ogni anno da molti turisti e studiosi esegeti, che ascendono ai cedri e si dirigono versoTripoli; bello, specie in Maggio, quando i  numerosi ruscelli scendono dai monti, rigonfi delle squagliate nevi e tutti insieme sembrano intonare un potente concerto cui l’ecco ripercossa nei seni dei monti accrosce maestà e terrore. L’urlo solingo e fiero del torrente che serpeggia e mugola nel cup fondo, lo scroscio di tante cascate ed il mormorio dei ruscellitti formano un tono che si aggira notte e dia in quel chiuso orizzante. Quel tuono è la nota del poema eterno, il torrente, i ruscelletti e le cascate sono le corde che un’invisibile mano tocca, e dia e notte fa vibrar senza posa. Ma, la poesia, l’incanto, il fascino che subisce il turista. Visitando il territorio di Biscerri, abbraccia tutta la regione montuosa che in qualche modo si potrebbe dire la conca di Biscerri. Venendo da Tripoli  per la strada di Zgorta o per quella di Kusba, attraversando tratti difficili, regioni aride, superando arditi picchi, nessuno potrebbe immaginare, o lantanamento suppone , di doversi trovare di fronte ad un panorama dei più suggestivi che offre la catena del Libano Nord. E questo magnifico panorama si presenta subito allo sguardo arrivando ad Hadth. Con un colpo d’occhio s’abbraccia tutta la coca che ha per centro Biscerri.

Questa cittadina, vista cosi da lontano, dà l’idea di una regina che si asside sul trono che la natura le ha fornito, circondata dalle sue dame di corte, rappresentate da grazionsi e pittorechi villaggi, che a destra ed a sinistra le fanno degna corona.

Nel versante orientale della valle dei Santi, partendo da Bisceri, si vede sulla continuazione dello stesso altipiano dei Cedri Bekakafra, mentre sulla magnifica strada asfaltata si incontra Baroscia, Bashun, Hasrun, famosa per aver i natali a Mons. Assemani Arcivescovo titolare di Tiro e Bibliotecario di S.R. Chiesa.

A pochi minuti da Hasrun si trova Diman, villeggiatura estiva di Sua B. Il Patriarca maronita ed in fine Hadeth. Nel versante occidentale del Naher Kadiscia, si ammirano il villaggio chiamato Haccit, poi Blausa, Ben,  fersgob e poi in infe Ehden. Tutti questi villaggi sono meta desiderata e presclta non solo dai turisti, ma sopratutto di villeggianti che nell’estat vi affluiscono in gran numero per godervi la freschezza e purezza dell’aria e la tranquilità e la calma. Cui la regione invita e con tanta magni ficenza fornisce.

La popolazione di tutte la regione è tenacemente staccata alla religione cattolica di rito maronita. Essa nutre a fierezza della sua fede, sente l’orgolio della sua discendenza.

In fatto di religione, nel corso di più secoli, i Maroniti di questa forte regione non hanno mai ammesso compromessi coi Turchi, e per sfuggire alle insidie dei Musulmani, questi cristiani modello si rifu giarono nelle gole delle loro montagne, si aggrapparono alle rocce dei loro picchi, e chiesero ai loro monti l’alimento indispensabile alla vita, sfruttando ogni palmo di terra, e portando la cotivazione dei campi, che prima erano stratti aridi e dura roccia, ad un’altitudine tale da suscitare ammirazione e stupore tra gli stessi periti di agri coltura.

Nel centro di questa tanto decantata regione del Libano Nord, i Carmelitani Scalzi tre secoli fa piantarono una tenda, che pel corso di tanti decenni non ha mai oscillato di fronte ai venti i più impetuosi, ma, perchè piantata sulla roccia, è amdata sempre più rafforzandodosi, allargandosi e consolidandosi in modo che con la pietà e lo zelo dei suoi abitanti essa poiettò e proietta su tutta la zona luce che fu e sarà apostolato di operosità, di carità e santità.

La siria, questa grande provincia dell’Asia Minore, detta Aram dalla Scrittura, era comunemente chiamata dagli Orientali col nome di Al Sciem (regione settentrionale, in rapporto ai deserti dell’Arabia). La Siria fisicamente si distingue in tre regioni: il littorale, compresa tra il Libano e le sue ramificazioni meridionali da una parte ed il Mediterraneo dall’aktra; i terreni uguali, all’oriente della montagna, costituiti da rocce nude e sabbie che finiscono col confondersi col deserto; la montagna con le valli e la pianura che ne congiungono le diverse parti.

L’Oronte che scorre nella parte superiore e va sboccare nel Mediterraneo ed il Giordan, che fa cammino opposto verso il mezzogiorno, scardinandosi nel Mar Morto, segnano i termini tra le due regioni ultime.

Se di eccettui l’Eufrate, la Siria non ha fiumi importanti ed in più luioghi manca di acqua.

Essa produce cereali di ogni genere, sessamo, rizo, cotone, tabacco, vino, olio d’uliva, zafferano, datteri e molti altri frutti squisitissimi. Vi allignano pure alberi d’alto fuso che amano il clima caldo, tra cui cipressi ed i famosi cedri del Libano.

Ha grande qualità di bestiame, bufali, montoni dalla grossa coda, capre, gazzelle, cammelli, bachi da seta, api e quei molluschi dai quali anticamente i Siri estraevano la materia colorante per le porpre preziose.

Vi si trovano cave di marmo, ferro, carbon fossile; ma altri minerali racchiude nel suo seno, che formerebbero la sua ricchezza qualora vi fosse libertà ed incoraggiamente al lavoro ed alla ricerca.

Il movimente commerciale della Siria è considerevole, specialmente per lo sviluppo dato dagli Europei a parecchi rami dell’industria.

In uns estensione di 2.300 miglia geografiche quadrate la popolazione è relativamente numerosa, pur se per qualche anno precedente la crisi mondiale si è notata una forte corrente d’emigrazione per l’America e l’Australia.

Gli abitanti sono di più razze: Arabi, Turchi, Grecci, Armeni, Ebrei tribù nomade di Beduini, di Turcomanni e Kurdi.

La regione montuosa è occupata da altri popoli, che hanno sempre avuto governo proprio o tollerato con impazienza la supremazia dello straniero, spessissimo in armi tra loro motivo delle credenzereligiose. Questi montanari sono i Druzi, mezzo idolatri; i Maroniti, cristiani, i Metueli; gli Ansairie o Nesairi, settari deisti ecc ...

L’arabo è la linguaa predominale; la siriaca; poco estesa, è solo della liturgia; il turco, sull’estremo limite orientale, è molto diffuso; negli ultimi anni, in fine, sono state diffuse ampiamente le lingue europe, italiana, spagnola, inglese e francese, quest’ultima in modo speciale a causa del mandato sulla Siria e Libano, affidato alla Francianel dopo guerra.

Questa contrada risente ancora dei malefici effetti della tirannide turca e della sia pur ite ingerenza straniera; inoltre, trascurate per tanto tempo l’agricoltura e l’industria, non fa meraviglia se alla richezza ed agiatezza sia subentrata la povertà e la miseria.

Grandi memorie storiche si riferiscono alla Palestina ed alla Fenicia non solo, ma pure alla Siria propriamente detta, Egizzi antichi, Assiri, Greci, Romani e parti si sono disputati per lungo tempo il possesso di questa contrada, che, se da un lato a trovarsi in situazione favorevole per traffico, dall’altra, formando come un’importante linea militare ed un baluardo dell’Egitto, non poté rerggersi indipendente né progredire politicamente. Sesostri, Alessandro, Pompeo, gli eroi delle crociate, Napoleone, ed infine le truppi belligeranti della guerra mondiale, hanno imprese le loro oorme belliche su questa terra, una volta si fiorente di civiltà, della quale rimangono troppo poche vestigia.

Prima divisa in piccoli stati, tra cui quello di Damasco era il più antico e il più ragguardevole, ebbe ad essere campo di discordia nelle guerre degli Ebrei e dei Fenici coi Faraoni di Egitto, fino a che, verso la metà del secolo VIII a. C, Tegla Tfalassar l’uni alla monarchia assira, con la quale cadde poi sotto il dominio persiano.

Conquistata poi più tardi da Macedoni con la vittoria d’Isso 301 a. C. La Siria divenne centro di uin nuovo impero fondato dai Seleucidi, che fecero il possibile per ellenizzarla. Ridotta, quindi a provincia romana l’anno 63 da Pompeo, essendo in vicinanaza di Gerusalemme, fu una delle prime contrade che si convertirono al Cristianesimo. L’anno 638 dell’era nostra, il Galiffo Omar la soggiogò, e per un secolo circa, Damasco fu la metropoli del mondo musulmano, avendovi gli anniadi frmata la loro sede. Dal delinare del secolo decino al termine dell’undicesimo per poco occupata dai Grecci bizantini, poi soggigata da Califfi fatimiti di Egitto e dai Turchi selgiaucidi, fini per essere meta gloriosa ai Crociati; nell’anno 1291[2] i latini perdettero ogni paese conquistato in Asia, quando i Mammalucchi presero Acri e Tiro. L’anno 1317 questi dominatori vennero alla loro volta abbattuti in Siria e nell’Egitto dal conquistatore ottomano Selim I.

Tuttavia i turchi non hanno mai potuto stabilire solidamente; ed alla fine del secolo passato il famoso Gezar, Pascià di Akri, contrastò alcun tempo alla Porta il dominio di quasi tutta la pianura.

La Siria fu ancora una volta sottratta all’autorità del Sultano da un altro più potente suo vassallo, Mohammed Ali, il cui figlio Ibrahim Pascià, ne fece la conquista nel 1832.

Questa contrada rimase soggetta al Vicerò di Egitto, il quale, però, ebbe sempre a lottare contro gli’insorgenti della montagna, che non gli davano tregua, fino agli avvenimenti del 1840.

Per lo operazioni della flotta austro – Britanica, incaricata di mandare ad effetto i provvedimenti coercitivi, determinati in favore del Sultano contro il vassallo ribelle dal trattato di Londra il 15 Luglio 1840, Ibrahim Pascià dovette uscire dalla Siria l’anno medesimo. L’Emiro dei Drusi, Bescir, della famiglia Scehb, che aveva pure ridotto all’obbedienza i Maroniti ed i Mutueli, fu fatto prigione, deposto e Dagl’Inglesi relegato a Malta.

La Siria, restituita alla Porta, fu sino agli ultimi tempi in continua agitazione, cosi che la diplomazia europea ebbe sempre ad occuparsene. Nelle città il fanatismo musulmano e nelle campagne i furti furono causa di perenni disordini; la montagna sempre in sollevazione volonta ed inetta amministrazione dei Pascià, cui erano soggetto  tribù diverse di razza e di religione, che di frequente erano alle prese tra loro.

Per la difficoltà di reprimere i sanguinosi effetti dell’odio dei Druzi per i poveri Cristiani, specie Maroniti, parve unica via rimettere al potere la famiglia Scehab, che da molto tempo godeva di autorità e di cui l’ultimo capo, l’emiro Bescir, aveva sasputo far ri spettar la montagna da tutte le tribù. Questo tentativo fali e nel 1860 l’Europa dovette rabbrividire alle stragi e carneficine fatte contro i Cristiani dal furore musulmano, per cui si provocò, col consense di tutte le potenze, l’intervento e l’occupazione francese.

Tale occupazione durò poco tempo e restrinse la propria attività nella protezione dei Cristiani di tutto l’Oriente, privilegio, questo, ereditato da Napoleone Bonaparte, dopo la caduta della Republica Veneta.

Nella guerra mondiale 1914 – 1918 la Turchia si schirò dalla parte degli’Imperi Centrali. La Siria ed il Libano ebbero a soffrire fame ed epidemie d’ogni genere.

Terminata la guerra. La Siria ed il Libano furono costituiti in un solo mandato, affidato dalla Società delle Nazioni alla Francia.

E non poteva accadre diversamente, se si considera la costanza opera di penetrazione, esercitata per decenni dal governo della republica. La francia nell’assumere il mandato sulla Siria, divise questa regione che anche oggi persiste, nonostante l’opposizione del popolo siriano.

MAR LISCIA

É ben conosciuto che lo scopo precipuo di Santa Teresa nella restaurzione del Carmelo fu appunto di dare alla Chiesa una falange di contemplativi ad un tempo e di apostoli, a salvezza di tante anime traviate dalle eresie di quei tempi, e di tante altre che per mancanza di cristiana istruzione camminavano per la medesima via di perdizione. E non andarono fallite le sue ardenti mire! In breve, infatti, apparvero per ogni dove i Figli di Teresa, nei quali tutti sembrò trasfus da lei e lo zelo della salute delle anime e lo spirito dell’apostolato cattolico. Varcarono essi gli Occeani, desiderosi di portare Cristo ai barbari, pronti a far sacrifizio della propria vita.

Fu nel 1582, 1583, 1584 che dalla Spagna furono fatte le prime spedizioni dei nostri erotici confratelli nel Congo e, inidia poco, nel 1591, anche nel Messico. Ma quelli che hanno benemeritato delle nostre missioni sono stati gli scalzi della Congrgazione d’Italia, ai quali era stato riservato da Dio la gloria e l’onore di portare il suo nome e alla Persi, e alla Siria, e al Gran Mogol, e alle Indie.

Si era nel 1604, quando il nostro V. P. Piertro della Madre di Dio, insieme con altri tre religiosi, si metteva in viaggio alla volta della Persia, accompaganto dall’apostolica bendizione e munito di lettere commendatizie di S. S. Clemente VIII pel sovrano di quella vasta regione. Non tardarono molto i generosi campioni di Cristo a cattivarsi la benevolenza di quel principe, che ebbe verso di loro infatti ogni riguardo e condiscendenza, largheggiando con essi di molti privilegi, fino a dar loro casas e terreno, dove fabbricarono la prima chiesa cattolica in Persia, aperta solennemente al culto il 2 Febbraio  1608 . E la popolazione ripose con entusiamo alle cure e alle fatiche di quei santi missionari, tanto che in breve tempo si fece sentire il bisogno di altri, i quali si sparsero nel grande Impero costituendo dovunque delle comunità cristiane.

Fu dietro questi successi che la Santa Sede si mosse ad affidare alla nostra Congregazione d’Italia altre imporetanti missioni, specialmente quella di Siria.

La missione di Siria fu fondata dai nostri Padri Italianipochi anni appresso la morte della N. S. M. Teresa di Gesù. Nel 1627 infatti, esisteva la stazione di Aleppo; quindi nel 1643 fu fondato quella di Biscerri, sul Monte Libano, e nel 1645 quella di Tripoli.

La missione di aleppo, in quei tempi, era considerata la prima fra tutte, sia per le conversioni frequentissime, sia per l’importante sua posizione, sia per la facilità con cui i nostri missionari potevano passare da questa alle altre missioni di Persia e di Bagdad; come pure perché in questa città risiedevano ordinariamente i rappresentanti di tutte le nazioni, con le quali il nostro superiore, che allora portava il nome di Vicario, doveva stare in ottimo accordo per il bene e la propagazione del cristianesimo. Il primo che ebbe il titolo di Vicario fu il padreGiuseppe Angelo di gesù Maria. Genovese, religioso di molta modesta e di illibati costumi, il quale dopo di essere stato nelle Indie Orientali e nella Persia in qualità di visitatore, si portò, per ordine del generale, in Aleppo, ove assinse il sudetto ufficio, governando la Missione per oltre 20 anni con plauso ed edificazione di quanti ebbero la ventura di avvicinarlo. Questo padre, carico di anni e, ancora più di meriti, dopo breve ma dolorosa malattia sofferta con molta pazineza e rassegnazione, se ne andava agli eterni riposi l’anno 1682, lasciando in una tristezza incosolabile il suo compagno, che nell’ora suprema lo aveva confortato di tutti i sacramenti di S. Chiesa.

Quale vita aspra e scaricata menassero i nostri missionari nella nuova fondazione ce lo dicono i libri di amministrazione di quei tempi. Non avevano essi che poche stanze prese in affitto, in uba delle quali celebravano il divino Sacrifizio. Privi eziande delle cose più necessarie e indispensabili alla vita, erano costretti non di rado a raccomandarsi alla libertà dei pochi fedeli da loro convertiti; e la loro inopia era talmente estrema che perfino nelle vesti differivano gli unbi dagli altri, vestendosi ciascuno come gli veniva dato. Non ostante però le sofferenze e le privazioni di ogni genere, quali veri campioni di Cristo, lavorando indefessamente nella vigna del Signore, con zelo di apostoli, sitibondi di lucrare anime a Dio.

E i loro sudori non furono sterili, anzi spesso coronati da successi consolanti, per la conversione di non pochi musulmani, gracci acattolici, siriaci dissidenti ed armeni, come troviamo registrato in un voluminoso manoscritto di quei tempi, intitolato: “libro delle conversioni.” Tal libro dimostra chiaramente quel fosse l’operosità e lo zelo che accendeva i loro petti, per l’onore di Dio e per l’acquisto di nuovi fedeli all’ovile di Pietro.

Amatissimi e venerati furono sempre da ogmi ceto di persone, in grazia della vita edificante che esi facevano. Nel 1691, mentre in Aleppo la peste menava orrenda strage di quell’atterrita popolazione, i nostri missionari, quasi dimentichi di sè e del pericolo cui si esponeva, furono i primi a mettersi al servizio dei caduti, confortando e soccorrendo tutti con ammirabile abnegazione, passando di porta in porta, di turgurio in tugurio, a sollevare la misera umanità sofferente.

Più volte, mentre in fanatici Turchi sollevavansi contro i Cristiani, questi venivano allogiati nel nostro ospizio e nelle case vicine, ove i figli del riformato Carmelo con materna cura tergevano le lorolagrime, li incoraggiavano a sopportare ogni sorta di oltraggi per amor di Gesù, che per la nostra salute non declinò i tormenti più ignominisi e infine mori sulla croce.

Ben si meritavano, quindi, i nostri missinari tutto l’entusiasmo e la venerazione del popolo, mentre in suo favore dedicavansi con tutto l’ardore; entusiasmo e venerazione che aumentarono dopo la loro morte.

É degno di memoria il trasporto funebre (descritto nel citato libro delle conversioni) di certo padre Bruno di san Giovanni, il quale era venuto a morte nel 1661.

La città di Aleppo non diè mai spettacolo di affetto e di venerazione maggiore che per questo umile figlio di santa Teresa. Erasi egli donato interamente al bene delle anime, fin dalla gioventù, ed aveva consumato la sua vita in missione tra le più belle e ardue opere di carità, dando ai fratelli esempio di rare virtù, per le quali era stimato e venerato qual santo. Ma ormai egli era maturo pel cielo, una febre maligna colse l’olezzante fiore del Carmelo per adornarne il trono di Dio. I dolori della infermità, che fu una prolungata agonia, non turbarono punto l’animo invitto del paziente, nò gli fece paura il pensiero della morte vicina. La sua dell’anima, in quegli ultimi momenti, si mostrò tranquilla e serena tanto che dalla bocca del nostro agonizzante non uscivan che parole di rassegnazione e di bendizione, ripetendo egli spesso con Giobbe: “ Sia benedetto il nome del Signore.” Chiese egli stesso gli ultimi Sacramenti, riceveti i quali, se ne volò in seno di Dio, tra la profonda commezione del popolo.

La mesta notizia si propogò in un baleno nella città e, sia del basso popolo che della’alto ceto, si accorse a dare un ultimo tributo di affetto a buon missionario, accompagnandone la salma all’ultima dimora, nella chiesa della nazione maronita, il corteo funebre fu oltre modo omponente. Precedeva in prima fila (cosi il libro delle conversioni) il Patriarca Greco – cattolico col seguito, salmeggiando in suo rito; in seconda ordine Mons. Andrea Dionisio, Arcivescovo dei Siriaci, pregnado parimenti col suo clero; in terzo luogo schieravaso tutto il clero armeno e maronita; poi tutti i religiosi e laici europei; infine chidev il corteo il Signor Francesco Piquet, console di S. M. Il Re Cristianissimo di Francia, scortato dai suoi giannizzari, ed una folla infinita di popolo. Tali gli onori resi a questo figlio di Santa Teresa, che con la virtù e lo zelo erasi conciliato l’affetto di tutti.

La missione di Aleppo fu fondata dal V. Padre Prospero dello Spirito Santo, spagnolo di nascita, ma figlio della Congragazione d’Italia. Il venerabile Padre diresse i primi passi di questa stazione ed i superiori successivamente vi mandarono missionari, che con la virtù e col sapere s’imposero all’ammirazione del popolo e del clero orientale.

Oltre al mentovato padre Bruno, quella stazione fu illustrata da Padre Tommaso di San Giuseppe, dal Padre Basilio di SanCarlo, dal Padre David, nativo di Aleppo e poi vescovo di Smirne.

La virtù e lo zelo di quei primi nostri padri non rimase rietretta nella crchia della città di Aleppo. Ma sopratutto negli ambienti ecclesiatici fu molto ammirata ed approzzata. Segni di tale stima fu rono le insistenti domande del Patriarca maronita S. B. Mons Stefano Duuaii[3], per avere i nostri confratelli missionari nel Libano.

Esplicate le pratiche ed ottenute le debite autorizzazioni, i nostro comfratelli nel 1643, guidati dal Padre Celestino di san Ludvia, pronipote di Calvino, aprirono la stazione missionria di Mar Liscia in Biscerri.

A conferma della stima in cui erano tenuti i nostri padri dalle alte autorità ecclesiastiche basti ricordare che l’11 Maggio 1704 fu eletto patriarca dei Maroniti Gabriele III, di Blausa; il sommo Pontefice Clemente XI confermò tale elezione ed inviò all’eletto il santo Pallio per mezzo del padre Elia, missionario Carmelitano Scalzo.

Dopo un solo anno di governo S. B. Gabriele mori. Il 5 Novembre 1705 fu  eletto Patriarca Giacomo IV, di Asrun, il quale fu confermato dallo stesso Pontefice Inncenzo XI e ricevette il Santo Pallio dalle mani del Padre Ferdinado O.C.D.

Biscerri, secondo la storia scritta in Aranbo dal Celebre Vescovo Stefano Douaie (Aldensis) è un paese antichissimo, rimontando ai primi secoli dell’era cristiana.

Nel secolo IV Biscerri era ancora abitata da poche centiania di superstiti pagani. I quali vessavano in ogni maniera i numerosi cremiti ed i pochi cristiani abitanti la sottostante dirupata e spaventosa vallata, che prese poi il nome di Wedi el Kadiscia (valle dei Santi). Fu abitata dai citati anacoreti che colà passavano la loro vita in austerità, rachiusi in orride caverne, disseminate a centinaia qua e là, in quel inaccessibili dirupi, al fondo di quegli abisi, ove solo le bestie feroci avrebbero potuto avere le loro tant, solo gli uccelli di rapina i loro nidi ...

Oh! La valle santa! Quante triste e lurgubre impressione tu lasci nell’animo del visitatore! Quante memorie in lui suscitano i preziosi resti degli anacoreti, che ancora racchiudi nel fondo dei tuoi antri; le oscure pareti dei tuoi nascondigli, testimoni dei sospiri e gemiti santi dei tuoi abitatori; quelle gloriose zolle bagnate dal sangue dei tuoi maritri! ... tu fosti che rapisti al mondo quei campioni, di cui esso non era degno.

Erranti nelle tue solitudini, nelle tue spelonche, vestiti di pelli caprine, bisognosi, angustiati, afflitti ... in premio della loro fedeconseguirono essi la loro giustificazione, le eterne promesse.

Ebbene, in questa sepolcrale solitudine, ove tutto ispira orrore e malinconia, si erano cacciati i nostri antichi anacoreti, i seguaci di Elia e di Eliseo!.

Quivi essi straziavano le loro carni con orribili flagelli e prolungati digiuni, quivi carpivano qualche momento di riposo dopo le protatte veglie in orazione, quivi essi offrivano i loro voti, i loro scarifizi.

Il succitato vescovo. Stefano Douie scrive nella sua storia: “ Erano tanti i sacrifizi che notte e giorno si offrivano a Dio nella valle dei Santi, che il fumo odoroso degli’incensi saliva al cielo come dal mare al cielo si elevano i vapori nella calda stagione”.

E il nome di San Eliseo è ancora venerato in quella valle, anzi ad alcune spelonche, che portano il nome delk Santo (Mar Liscia = San Elise), col tempo si è aggiunta dai Cristiani una cappella per perpetuare colà la memeria del nostro Profeta.

Ivi annessa alla capella vi è un conventino cadente con una decina di cellette poco più larghe in un metro e mezzo e lunghe due, quindi un piccolo ed oscuro corridoio, poi alcune grotte scavate nel masso. Si vede bene che una di esse era destinata ai divini uffizi, quella ove poi, più tardi, si dovette celebrare il Santo Sacrifizio della Messa.

Si scorgono ancora tre piccole nicchie ove posti gli altari intonacati più volte , tanto che levando qualche strato, è dato vedere dei segni di croce, qualche emblema dell’Eucaristia e qualche altro elemento che on sembrano affatto di recente fattura.

Divide questo oratorio un corridorio con quttro piccole celle, costruzione molto probabilmente dei nostri primi missionari, come si rileva da un libro degli Antoniani di Biscerri.

Detti nostri padri, infatti, vennero in questo paese l’anno 1643, come appunto abbiamo già detto sopra, quando i numerosi gentili convertiti, con l’andar del tempo, al cristianesimo, si erano riuniti sotto la montagna dei cedir, praticando colà vita  assai semplice e tutta dedicata al lavoro di quelle terre, rese feconde dalla irrigazione delle acque che a torrenti scendono ovunque dalle alture.

In questo tempo i poveri cristiani erano più che mai fatti segno ad ogni ingiuria e vituperio da parte dei perfidi musulmani e di altri barbari, che di frequente scendevano dal versante opposto del Libano per portar via il frutto di un anno di sudori a quella povera gente, la quale veniva ancora brutalmente malmenata ed uccisa, se avesse osato apporsi alle ingiuste pretese di quei ribaldi.

In questi frangenti i nostri missionari, ad evitare molestie e pericoloso, si rifugiarono nelle grotte di Mar Liscia, e quivi cominciarono il loro apostolato fra la misera popolazione erasi rifugiata nella valle.

Quanti e quali sarifizi avranno dovuito essi sostenere si può solamente immaginare chi ha visitato questi luoghi; e pure essi la durarono cosi per molti anni, finché il Signore permise che i suoi fedeli scuotessero il giogo della schiavitù per veivere una vita pacifica e meno triste.

I cristiani, dunque, che andavano sempre più crescendo e popolando quelle spelonche, altra volta dolce rifugio di tanti Santi, non potendo più resistere agli stenti sofferenze, deliberarono di ricorrere all’aiuto di genti straniere per scacciare dalle loro terregli’ingrodi e crudeli Suniti (Turchi fedeli).

I Mutueli e Sciiti (musulmani scismatici), che non vedevano di buon occhio i rivali Sunniti e che volevano subentrare nella rapina, discesero dalle vicine montagne e, unitamente ai cristiani, scacciarono a viva forza quella maledetta razza che dilettavasi di pascersi dei sudori di questi ultimi.

La otta fu accanita, fu vittoriosa, ma i Ristiani non si trovarono meglio: ad un nemico ne succedette un altro più rapace, più crudele ancora, perchè i metueli e con le rapine e con le brutali tiranie dimostrarono ben presto quale fosse stato loscopo della lorp discesa.

I nostri, però, in numero ad essi maggiore, armatisi di novello coraggio, non durarono fatica a disfarsene; che anzi confinatili pieni di vergogna e di meseria al di là dei monti, poterono rientrare nel pacifico possesso delle loro abitazioni e dei loro beni.

II

È proprio dello spirito della Riforma Carmelitana lavorare in silenzio.

Queste silenzio, congiunto al più ammirabile nascondimento, è conseguenza della forza del voto di umiltà che professano i figli di Santa Teresa di Gesù.

Nell’agire, nel pregare , nell’operare si punta verso il cielo.

Non è facile trovare l’artefice o l’autore di gesta che potrebbero procacciare il plauso unanime, umano.

Davanti ad opere che meritanp onore, lode, gloria figura l’abito, non il nome; si sa che è un Carmelitano Scalzo, ma il più delle volte è inutile fare la ricerca dell’autentico autore, perciò questi preferi di rimanere nascosto tra la masssa dei suoi confreteli.

I nostri Padri missionari rimasero nel piccolo ospizio di Mar Liscia dal 1643 fino al 1704.

Conosciamo che primi abitatori dello squalido conventino P. Celestino di San Ludvina, pronipote di Calvino, molto verato nella lingua araba, fece una buona traduzione nella stessa lingua della IMITAZIONE DI CRISTO, stampato in Roma dalla tipografia vaticana.

Padre Celestino ebbe a compagno padre Agostino, che oltre all’apostolico ministero esercitava la professione di medico. Ai dur padri si aggiunsi un fratello, per nome Fra Carlo, che olte gli uffici di casa, acoidiva alla farmacia.

ziccolo drapello questo, ma ben preparato per la forma di apostolato, cui era stato chiamato.

Gran parte della popolazione delLibano Nord poté sperimentare lefficacia dell’assistenza spirituale e materiale dei nostri primi padri missionari del Libano.

Ebbe origine proprio nel Nahar Kadiscia l’amore, l’attaccamento, la devozione che il popolo libanese nutre verso il Nostro Santo Ordine.

Noi primi anni della fondazione di Mar Liscia mori un fratello converso, probabilmente il mentovano fra Carlo. La salma fu inumata in un piccolo sepolcreto preparato a pochi metri a sinistra dello Ospizio.

Per qualche anno i nostri Padri coabitarono con i Monaci maroniti. Secondo la storia degli Antoniani, i monaci maroniti (regolari) non furono istituiti sul Libano che alla fine del secolo XVII.

È gloria e vanto del piccolo Ospizio carmelitano l’aver in esso il profondo arabista Mons. Germano Farhat (Antoniano) compilato la prima grammatica araba (durante il periodo di decadenza della detta lingua).

L;ospizio ebbe l’onore di una preziosa visita da part del Padre Filippo della Santa Trinità, francese; famoso teologo e che fu poi eletto preposito Generale della Congregazione di Sant Elia.

Il padre Filippo, che nel suo ufficio di maestro dei novizi in Ghoa (indie) ebbe la ventura di avere come discepoli i BB. Dionisio e Redento, dopo aver passato lunghi anni nelle indie, prima di tornare in Francia, volle visitare le nostre stazioni missionarie della Siria e del Libano.

Come si dirà nel seguente capitolo, i nostri padri abbandonarono il loro primo campo di lavoro (Mar Liscia) testimonio di fecondo apostolato esercitato per mezzo secolo con plauso ed ammirazione di tutti per trasferirsi a Mar Sarkis.

A Mar Liscia vi andarono definitivamente i monaci maroniti, i quali, in progresso di tempo, variarono l;ospizio ampliandolo e costruirono l’attuale chiesina. Dedicata a San eliseo.

Quantunque i nostri Padri di buon grado accettassero il cambio, occupando cosi l’ospizio di Mar Sarkis, tenuto dai monaci maroniti, cedendo a questi ospizio e terreno di Mar Liscia, però qui, in previsione di futuri agradevoli eventi, si riservarono due camerette e due piccoli appezzamenti di terreno.

Da lunghi anni nessunbo mai ha reclamato diritto sulle due celle e terreno, cosi per diritto di prescrizione, tutto è passato in pacifico possesso dei monaci maroniti.

Un ultimo segno della nostra presenza a Mar Liscia scomparve 1922. si trattava di un casone di legno fatto da Fra Carlo, capace di contere parechi sacchi di cereali, cassone di cui nel 1932 non si trovò più traccia.

Per più anni gli alunni della nostra scuola di San Giuseppe in Biscerri, il 14 Giugno si recavano nell’ospizio di Mar Liscia per partecipare alla festa del Santo Profeta e richiamare cosi le memorie antiche dell’ospizio e dell’apostolato, ivi esplicato dai nostri antichi padri.

Dal 1932 in poi, a più riprese, il superiore del nuovo convento di San Elise ha domandato le memorie dell’antico ospizio di Mar Liscia; i nostri padri, sprovvisti di tali memorie e documenti, di fronte a tale frequente richieste, non hanno escluso il caso che i monaci maronitivoglio cerzierarsi du diritti che non potremmo accampare sulle piccole proprietà di cui sopra, non cdute, ma, virtualmente, abbandonate.

 

MAR SARKIS (SAN SEGIO)

Le missione cattoliche inOriente son chiamate communemente di conservazione, per distinguere da quelle propriamente dette di conversione.

Scopo non ultimo delle missioni dell’Oriente è di lavorare, predicare, ed insegnare per mantenere i fedeli orientale nella fede avita. È questa una necessità considerando i periodi di cui si trovano circondati da ogni parte i cattolici orientali: vi sono, infatti, varie e differeti credenze religiose, contrastanti con la nostra fede oltre che fra loro.

La Santa Sede ha sempre incoraggiato e suggerito l’invi di missionari in Oriente, e per questo in tutto il Levante vi sono numerosi missionari appartenenti a tutti i principali Ordini religiosi.

Ciò, però, non vuol dire che ai predicatori del Vangelo sia interdetta l’opera di conversione.

È certamente confortante il successo delle classiche missioni cattoliche dell Indie, della Cina, del Giappone dell’Africa; ma i successi riportati nel Levante non sono poi trascurabili.

Basti citare un esempio per convincersi. Circa un secolo fa, in Oriente, i Greci cattolici o Greco – Melchiti non esistevano e, se esistevano, erano piccole frazioni di fedeli uniti ad altri riti cattolici; oggi, inveve, essi sono più di 40000 con gerarchia propria.

Quello che si constata tra i greco –cattolico si può affermare più o meno degli altri riti orientali cattolici, eccetto il rito maronita, che fu sempre attaccato alla fede e Sede Apostolica.

Questi confortanti successi non si possono attribuire alla evoluzione storica, interna di ciascuna chiesa scismatica, ma alla bontà divina, che, nel riciamare alla sua vera chiesa le peccorelle smarrite ed erranti, si è servito della predicazione e della penetrazione metodica pazientemente costante dei cavalieri del Vangelo.

In tali magnifiche conquiste non è stata estranea l’opera umile e silenziosa sei missionari Carmelitani Scalzi. Hanno anch’essi cooperato a ricondurre all’avile tanti scismatici armeni, greci, e siri.

Il loro campo di apostolato inOriente abbraccia la Palestina, la Siria, la Persia e la Mesopotantia,ed, oltre all’opera di conservazione, hanno avuto contemporeamente di, mira l’apostolato della convesrione. Il numero degli sciamatici riortati all’unità della fede dai missionari Carmelitani Scalzi sta scritto in cielo.

Le primizie di tale fecondo apostolato sono costituite da quell’eroico stuolo di cinque armeni scismatici convertiti, che nella Persia suggellarono col sangue la fede in Gesù Cristo. La relazione di questo martirio fu stampato a Roma 1622 ed a Colonia nel 1624 dal V. P.Prospero dello Spirito Santo.

II )

I nostri padri nel 1701 lasciarono l’ospizio di Mar Liscia e presero possesso del romitaggio di Mar Sarkis (S. Sergio). Ameva posizione distante da Biscerri una decina di minuti di strada.

In origine l’ospizio era squallido, poche cellette scavate nella roccia, abitate precedemente da monaci maroniti.

Nei primi anni si diede all’ospizio una sistemazione rudimentale ed una camera più ampia, scavata anch’essa nella roccia, fu adebita a cappella per opera del Padre Elia.

In progresso da tempo furono apprestate altre lievi modificazione all’ospizio, ma alla chiesa attuale, scavata pur esssa nella roccia, fu dato compimento nel 1856.

Nei primi anni della fondazione la proprietà (terreno) dei nostri padri consisteva in piccoli appezzamenti presso la casa, ma qualche anno dopo la famiglia Kairuz di Biscerri cedette ai padri terreni, probabilmente tutto il bosco di sendien (quercie).

Negli anni successivi altri benefattori concessero altri appezzamenti di terreno, di scarso valore, che si estendeva fin verso il ciglio di Nahar Kadiscia.

Pare che la famiglia Kairuz cedesse ai nostri Padri l’ampia proprietà di Mar Sarkis a condizione che questi aprissero una farmacia ed una scuola gratuita.

Data l’estenzione della proprietà, il numero ristretto dei religiosi e lo scarso remdimeto del terreno, i nostri padri trascurarono di porrre i confini al limite loro ceduto e gran parte di terra rimase incolta, per conseguenza, passati molti anni, non fu possibile far conoscere esattamente di confini di Mar Sarkis dalle autorità del paese.

I padri possedevano dei documenti, ma siccome il municipio di Biscerri non attribuiva ad essi valore giuridico, i confini della proprietà ci furono contestati fino a pocchi mesi prima della vendita di Mar Sarkis, avvenita nel Novembre del 1931.

Altri apezzamenti di terreno, sotto la strada carrozzabile, secondo quanto riferiva il fratello fra Michele si Santa Maria, furono gradamente occupati e quindi passati in proprietà di altri, senza che i nostro padri reclamassero o protetassero.

III )

I nostri padri a Mar Sarkis continuarono a svilupparono il tenore di vita, iniziato a Mar Liscia.

Loro scopo era non solo di sovvenire al popolo nei bisogni spirituali, ma possibilemte, per quanto lo permettevano le circostanze, apprestare aiuti materiali.

La popolazione della regione difettava di medici e di medicine e perciò, presso l’ospizio, fu costruito un modesto vano, dove fu allestita una modesta farmacia, alla cui direzione fu posto un fratello, che conosceva sufficiemente la professione di farmacista ed all’occorenza esercitava ahce quella di medico.

Dopo decenni e decenni, dal popolo sono ricordati con commozione e gratitudine i nomi dei nostri fratelli farmaciti: Fra Placido, Fra Angelo, Fra Antonio.

I nostri  missionari esercitavano con ammirazione e plauso il loro ministero sacerdotale, ma nelle ore libere si dedicavano alla coltivazione dei campi. Consosciuta e sperimentata la natura del terreno, si avvidere che esso si prestava magnificamente alla coltura delle patate e fagiuoli. Il loro esempio e le direttive da oro dato furono gradatamente applicate dei contadini di Biscerri e paesi circovicini. Oggi, a due secole di distaza, il raccolto delle patate forma una delle principali risorse di questa regione: solo Biscerri ne fa un’esportazione circa 1000 tonnellate all’anno.

Per la fertilità dei campi non bastava solamente dissodarli; bisognava anche concimarli. I contadini del luogo, nei primi  tempi, non credevano alla efficacia del concime, ma, in progresso del tempo, dovettero convincersi in modo da arrivare poi al largo uso che se ne fa al presente,  coefficiente indispensabile per l’abbandante raccolto dei cereali.

L’attività missionaria dei nostri padri dalla fondazione di Mar Sarkis fino al 1870 non si rerstrinse solamente nell’ambito del territorio di Biscerri e paesi limitrofi. I religiosi stabiliti a Mar Sarkis, predicavano, confessavano, accudivano alla farmacia; in seguuit aprirono nell’ospizio una scuola e di più propagavano l’agricultura con criteri razionali.

L’ospizio serviva anche per casa riposo per quei missionari che quasi tutte l’anno si recavano nei villagi cristiani a predicarvi corsi di esercizi spirituali e missioni. Percorrevano, cosi il Ilbano e la Siria, distribuendo ai cristiano i tesori della parola di dio, cosi che l’ospizio di Mar Sarkis offriva loro riposo e ristoro dopo lunghe e logoranti fatighe dell’apostolico ministero.

Non era difficile ai nostri antichi missionai dedicarsi fruttuosamente a tale forma di apostolato. Perchè essi uscivano dal seminario di San Pancrazio in Roma, dove avevano appreso la lingua siriana ed araba ed avevano approfondito tutte le questioni religiose dell’Oriente. Questa completa prerparazione era una garanzia di fruttuoso ministero. Ed il ministero da loro esercitato fu veramente fecondo.

In tutto il Libano e nelle frazioni di cattolici della Siria le devozioni proprie del Nostro Ordine sono conosciute, amate e ricercate. La devozione dell’Abitino del Carmelo è diffusissima tra il popolo maronita del Libano, e la festa del Carmine, per i maroniti, è festa di precetto.

È anche venerata ed onorata la Nostra Santa Madre Teresa, e non meno conosciuto il Nostro San Padre Giovanni della Croce.

È vero che le devozioni del Carmelo si fanno largo da sè in qualche modo, ma, data la diffusa conoscenza delle nostre devozioni, ciò viene a costituire merito e frutto della predicazione dei nostri antichi missionari.

A diffondere sempre più l’amore verso la nostra celeste Madre, Regina a decoro del Carmelo, contribui senza dubbio un fatto memorando nella storia di Biscerri.

Metueli e musulmani avevano a più riprese devastato e derubato i campi ed avere dei Biscerrani. Scontri cruenti non mancavano, ma questi non risolvevano la situazione. Biscerri e paesi vicini, avendo avuto sentore che numerosi nemici si erano accampati sulle montagne con l’intenzione di aggredire i Cristiani, radunarono tutti gli uomini atti alle armi, invocarono l’aiuto dell Vergine Del Carmelo, mosero contro il nemico ed il loro coraggio e la loro fede furono coronati da brillanti vittoria il 16 Luglio 1761.

La virtù e la scienza dei nostri anctichi missionari era molto apprezzata dall’alto clero orientale; prova ne sia la parte che essi resero nel concilio libanese, apertosi nel 1736, in cui due nostri religiosi figurarono tra i padri ed uno dei padri fu anche segratario del concilio stesso (il Padre Michele).

In verità i superiori dell’Ordine non avendo mai inviato gran numero di missionari in Siria, stante il carattere prevalentemente di conservazione di questa nostra missione. I nostri superiori davano giustamente la preferenza alle nostre missioni delle Indie, però il numero dei missionari della Siria, quantunque ristretto, era sufficiente alle segneze delle varie Stazioni, ed il ministero da essi esercitato abbondanti frutti, stante la loro completa preparazione.

Soppresso da leggi inique il seminario di San Pancrazio in Urbe e paralizzata la vita religiosa degli Ordini in Italia, anzi in tutta Europa, il numero dei nostri missionari in Siria si ridusse di molto; per mantenere le stazioni s’inviarono padri ignori della lingua e poco preparati all’apostolato cui erano inviati.

Il nostro ospizio di Mar Sarkis perdette in parte l’ascendente e l’importanza di prima.

Il popolo continuò ad amare e stimare i nostri padri, però dal 1875 in poi essi si limitarono ad officiare la capella, a dirigere una piccola scuola, ad accudire alla farmacia, non si furono, quindi, piùdrapelli di missionari che si recavano a predicare in villaggi e città del Libano e della Siria.

Causa di disturbi recati ai padri di Mar Sarkis, il reverendissimo Padre Prefetto Apostolico , padre Emmanuele della Croce. Ritirò i padri dall’ospizio e vi tenne in permanenza il fratello Fra Michele Arc. Di Santa Maria per circa 12 anni, inviandovi, però, un padre Missionario nelle maggiori solennità dell’anno.

Per l’ufficiatura della chiesina tutte le domeniche e feste, era incaricato un prete maronita, sovvenzionato dal Superiore della Missione. Il popolo, però, reclamava la presenza di nostro padre e cosi, verso il 1900, vi fu mandato il Padre Brocardo della Santa Famiglia della Provincia Veneta, più tardi il Padre Leone della provincia di Fiandra.

L’ospizio di Mar Sarkis, come arredamente e decoro, aveva una piccola biblioteca; era formata in gran parte di libri apparteneti al nostro ospizio di Aleppo ed altri volumi lasciati da padri missionari, trasferiti in altre residenze o venuti a morte.

Durante la guerra mondiale molti libri furono trafugati da un beydi Biscerri, che poi obbligato a restituirli almeno in parte.

Pare che durante la guerra un padre gesuita avesse auto la bontà di rovistare la biblioteca ed abbia sottratto qualche manoscritto e qualche altra cosa di suo gradimento. E questo, se vero, fu pottuo fare impunemente, perché nessuno dei  nostri padri poté rimanere a Biscerr, durante l’immane flagello.

Sparite le cronache ed i registri di amministrzione, ci mancano nomi e dati precisi di tanti episodi che potrebbero edificare il lettore.

In quanto ai nostri religiosi morti a Biscerri in Mar Sarkis, il clero del luogo afferma che uno sepolto a Mar Seba, mentre tre altri furono sepolti nella chiesina dell’ospizio e, cioè, Fra Andrea, fra Angelo e Fra Antonio, i di cui resti furono trasportati nel nuovo sepolcro, preparato dietro la chiesa di San Giuseppe nel novembre 1931.

IV

Alle forme di apostolato già accennato, esplicate dai nostri padri a Mar Sarkis, ne va aggiunta un’altra; quella dell’insegnamento. Per mancanza di documenti non è possibile stabilire il tempo in cui fu aperta la scuola nell’ospizio, ma certamente da notizie raccolte in paese essa rimase aperta per lunghi anni e fra i suoi alunni, tra il 1890 – 1900 ebbe il famoso letterato libanese Gibran Rahmé[4].

Data la ristrettezza dell’ospizio, la scula sempre diretta dai nostri padri, fu trasferita in paesenel quartiere di Saide. Ed è ancora vivo in paese il commosso e grato ricordo del Padre M. Bernardo, il quale, a piedi Scalzi, in pieno inverno, in mezzo alla neve, si recava da Mar Sarkis a Saide per insegnare ai suoi piccoli scolari.

Non pagni i nostri padri di diffenrere tra il popolo la devozione all’abitino del Carmine, fin dai primi anni fondarono in paese il Terz’Ordine del Carmelo riformato.

La missione, fin dalla sua origine, nonebbe sempre un superiore proprio, ma, non di rado, il Vicario del Santo Monte Carmelo esercitava anche l’ufficio di prefetto apostolico della missione di Siria.

A quanto pare, il fondatore dell’ospizio di Mar Sarkis fu un certo Padre Elia; altri religiosi che abitarono l’ospizio e gedettero illimitata stima, tra il popolo furono: Padre Ignazio di santa Teresa (1844) che fu poi prefetto apostolico; padre Eliseo della Madre di Dio, padre Maurizio di SantaTeresa, fra Paolo di San Giuseppe, valente farmacista; fra Andrea, venuto da Aleppo, che dopo 10 giorni mori il 28 Dicembre 1861.

Nel 1864 fu venduto l’ospizio di Aleppo al Signore Nicola Marcopoli per piastre turche 100,000 e fu poi comperato dallo stesso Marcopoli un terreno in Alessandretta per piastre turche 10,000.

È ancora venerata tra il popolo di Biscerri la memoria di Fra Angelo Giuseppe dell’immacolata, morto il 18 Gennaio 1877, a settaantatre anni, e di fra Antonio si San Luigi, morto il 3 Gennaio 1890, a 83 anni di età

Nel 1856 tra i padri dell’ospizio vi si trovava il mentovatopadre Elsieo, aundo ebbe ordine di recarsi a Bassora al Posto del Padre Dionisio italiano, morto improvvisamente, perchè avvelenato dal servo di quella stazione.

Nel 1857 l’ospizio fu visitato dal Molto reverendo padre nostro Generale, pader Natale di Santa Anna.

In tempi più recenti l’ospizio fu abitato dal Padre Leonardo, che fu poi prefetto, dal Padre Emmanuele, che fu poi Prefetto Apostolico per 25 anni, e dall Padre Brocardo della Santa Famiglia, dal padre Leone di San Gioacchino, dal padre Bernardo di santa Teresa, dal Padre Mria Bernardo, dal Padre Egidio.

Il 12 Gennaio 1905 mori a mar Sakis un vecchio musulmano convertito, mandato a Biscerri dal superiore della misisone di Mesopotania, onde liberarlo dalle eventuali rapresaglie dei suoi parenti e conoscenti.

Da lungo tempo il Reverendissimo Padre Prefetto della nostra Missione aveva la facoltà, concessa da autorità francesi, di presentare a suo piaccimento due giovani studenti per due borse di studio, fondate in permanenza nel collegio dei Padri Lazaristi in Antura. Come si dirà in seguito, tale privilegio, per il cambiamento di protezione, fu perduto.

 

MAR JUSEPH (SAN GIUSEPPE)

Nel Dicembre del 1904 il Rettore del Collegio Internazionale di Roma. Padre Cirillo della Madre di Dio, del Barbante (Belgio) fu eletto Superiore Apostolico della nostra Missione di Siria e Vicario del Santo Monte Carmelo.

Egli trovava l a Missione in cattivo stato finanziario dopo la morte del Superiore Apostolico, Padre Anselmo dell’immacolata Concezione.

La nomina del Padre Cirillo fu salutata dai missionari com più vivo entusiasmo, perchè preceduto da fama di uomo integerrino, di vasta coltura e di intelletto orfanizzativo.

Il 9 Marzo 1905 egli venne in visita a Biscerri, ove fu ricevuto “assai cordialmente. Il clero ed i notabili vennero ad ossequiare il nuovo Superiore.

Il giorno 10, nel pomeriggio, si andò nel villagio  a visitare la scuola, dove erano radunati i capi del clero e del villaggio. Dopo vari complimenti fatti dai fanciulli, rimasti liberi, si apri la discussione sui bisogni di quella stazione.

Vogliamo Suore e scuole,  fu il grido unanime di quell’affezionata gente . e i padri? Rispose il padre Cirillo. I padri stavano in una grotta e lontani dal paese ... Ebbene si convenne che il villagio avrebbe donato il terreno per le suore, una casa per la dimora temporaneadelle medesime, e avrebbe cercato di fare altrettanto per i padri.

Visitammo il terreno ed i locali provvisori per le Suore. Piacquer a tutti. Deo gratias.

Ah, caro padre Cirillo, possa tu mettere in esecuzione i tuoi nobili progetti! E tu, cara Biscerri, fortezza del Libano cristiano, che nascondi il tuo capo tra il verde eterno dei tuoi annosi cedri, tu, che hai versato il sangue generoso per conservarzione dell’avita fede, tu oggi domandi delle miti Suore che guidino l’anima pia delle tue figliole, dei Padri e maestri, che educhino a scienza e virtù i tuoi forti giovani ... ah! Siano esaudite le tue prefhiere!” dalle memorie del Padre Stanislao intreccialagli.

Nel tempo in cui siamo arrivati col nostro racconto, la nostra missione era sotto la protezione della Francia.

Il padre Cirillo, quantunque di nazionalità tedesca, nato a Colonia, però, come superiore del Carmelo e della missione, era stimato ed aiutato dalle autorità consolari francesi.

Dalla Francia, dal Belgio e dalla Germania egli ebbe potenti aiuti, e cosi, oltre alla mole dei grandiosi lavori intrapresi al Carmelo, al Sacrifizio, in Alessandretta ed a Kobayath, egli ebbe la possibilità di cominciare la costruzione dell’attuale collegio San Giuseppe.

Quando egli, nel 1908, lasciò il governo della missione, l’ala destra del convento era finita, ma non rifinita.

Il terreno scelto non era tra i miglio, ma fu preferito per lo scopo inteso, cioé la costruzione d’un collegio maschile.

Se il terreno fu regalato non è certo, ma è sicuro che la Missione fu aiutata parzialmente dai sacerdoti del paese. I quali ricevavano onorari per le Messe. Rilasciandone poi un certo numero per l’acquisto del terreno. Fra tali sacerdoti ai distinte Khuri Hanna Chbea, morto nel 1931.

Il padre Cirillo di santa Maria era un uomo retto, ma si lasciava influenzare da un gruppo di confratelli francesi e belgi, i quali presumibilmente avevano di mira di fare della nostra Missione , una missione franco – Belga. Se questo piano non era manifestato a parole, a fatti  non lasciava alcun dubbio.

I religiosi italiani in missione erano in maggioranza, tra questi, quei che avevano uffici di responsabilità, furono rimossi ed inviati altrove, altri nelle case dipendenti dal Carmelo e quaalche altro fu rimpatriato.

La situazione arrivò ad punto che il cardinale Gotti O.C.D. prefetto di Propaganda Fide ed il R. P. N. Generale padre Ezechiele del S. C dovettero esmaniare il groviglio di questioni sorte e rimediare.

Nel 1908 il Padre Cirillo fu chiamato a Roma, dove gli furono imposte le dimissioni ed in sua vece fu eletto il Padre Giuseppe (D’Arpino) della Vergine del Carmelo, alunno della Provincia Romana.

Giovane energico, operoso, abile nel disbrigo dei affari, era venuto in Missione quattro anni prima.

A Kobayath ed in Alessandretta aveva dato prove di organizzatore e di indefesso lavoratore. Dal Padre Cirillo egli era stato mandato al Sacrifizio e qui si trvava quando gli fu affidato il governo della Missione, che egli amava di amore intenso.

Nel 1908 fu affidata alla provincia Romana, quindi divenne completamente italiana, ed i missionari di altre nazionalità lasciarono la missione.

Il padre Giuseppe D’Arpino, quantunque disponesse di modestissimi mezzi, continuò la fabbrica del Collegio di Biscerri.

Nell’Ottobre del 1909, coadivato dal PadreDionisio del B. Redento (prov Veneta) e dal Padre Pietro (Provincia Romana), apri ufficialmente il collegio con 45 alunni, interni.

Le nostre suore di Campi Bisenzio, aprirono il loro internato con una trentina dialunne, nell’ala sinistra della fabbrica.

Sempre cosdiuvato dai sudetti due padri e dal fratello maltese fra Luigi, che aveva già diretto i lavori della casa, nel 1910 il padre Giuseppe dette inizio alla costruzione della Chiesa di Biscerri. La Missione fu aiutata potentemente dal Cardinal Gotti, il quale, a più riprese diede complessivamente 60,000 lire italiane.

Nella parte seconda del nostro racconto sono estese ampiamete le ragioni che indussero i supperiori della missione di Siria a ri nunziare alla protezione francese e passare sotto la protezione italiana.

Questa decisione urtò non poco i consoli francesi, i simpatizzanti francesi ed il Patriarca maronita. Tutte le stazioni della missione ebbero a subire tacite ed aperte rappresaglie per il passo fatto. La nostra stazione di Biscerri ebbe a subire soprusi e ricatti più che altrove.

Nel 1911 il grandioso edificcio era finito. Nelle due ali prosperavano i due internati, maschile e femminile, mentre in paese fioriva una numerosa scuola gratuita.

Gli avversari della missione non dormivano. Atti ostili contro i missionari e le suore non mancavano, appena passati sotto la protezione italiana.

Quando la fabbrica del convento e della chiesa era incostruzione, agli atti ostili si aggiunsero gesta criminali: durante la notte dalle alture, dietro l’incominciato fabbricato, si mandavano contro i muri grandi correnti d’acqua coll’intento di accrescere più danno possibile. I nostri fratelli molte volt furono costretti a vegliare per deviare i canali d’acqua, diretti ed abbattere i muri cominciati.

La guerra itali - turca, scopiata nel 1911, dette agognata occasione ai nemici della missione di una vendetta. Si tentò in tutti i modi di mirare e distruggere le opere della missione e specialmente della stazione di Biscerri.

Da una relazione del tempo apparisce chiaramente il pianodei nostri nemici.

 “ Noi qui (a Biscerri), dopo il bombardamento delle due navi turche a Beirut, non abbiamo più avuto un momento di tregua. Il consiglio dei minisri decretò l’espulsione degl’italiani da Beirut, Damasco, Gerusalemme, Aleppo e dai relativi distretti, però esclusi i religiosi.

Vostra Reverenza ignora quanto la nostra Missione è mal vista, dopo il cambiamento di protezione, specie a Biscerri, e quindi non potevamo passarcela liscia in questa circostanza.

Difatti il Pascià del Libano, cui riusci impunemente di chiudere questo collegio al pricipio del conflitto, si mise in testa di cacciarci assolutamente da Bisverri, contro qualunque diritto, e facendosi interpretare d’una legge che non toccava i religiosi.

Ad Alessandretta, infatti, a Caifa a Tripoli i nostri non furono punto molestati fino ad ora, ma Biscerri non doveva essere lasciato in pace.

Quindi il Pascià suddetto, il 12 corrente, mandava un ordine deciso al Mudir di Biscerri di metterci alla porta e chiudere il collegio! Apportando per ragione che tali erano gli ordini venuti da Costantinopoli, aggiungendo che dovevano lascare la montagna per il 15, cioé dopo solo 3 giorni.

Fu un vero colpo per me, considerando che tre giorni non erano sufficienti per ordinare la partenza degli altri missionari di Alessandretta, di Kobayath, di Beylan e delle suore di Caifa.

Non dubitavo punto che l’ordine a noi dato di andarcene, non fosse stato dato anche alle altre nostre stazioni dalle relative autorità turche.

Protestai energicamente presso il Consolato di Germania a Beirut del breve tempo accordatoci per disporre la partenza di tutti i missionari e domandai che anche a noi fossero concessi quei diritti che Costantinopoli aveva dati a tutti gli altri Italiani, cioé 15 giorni di tempo. Nello stesso tempo dichiarai al Mudir che io non sarei partito da Biscerri, se non dietro invito del nostro console, cui avrei subito telegrafato.

Il console, che non sapeva nulla della canagliata che ci si voleva fare, mi rispose dopo solo due ore cosi: “nel caso che la coro partenza sarà necessaria, è meglio tenersi pronti; io avviserò alla prima occasione”.

A questa risposta, tlegrafai ad Alessandretta, a Tripolo, a Caifa, e mandai un espresso a Cobayath, affinché si teseero pronti, onde, al primo avviso mio, si dirigessero a quel luogo che loro avrei indicato. Intanto telegrafavo per espresso a Larnaca (Cipro) al console italiano di Alessandretta, ivi rifugiato, che ci trovasse due case, per le suore e per noi.

Telegrafai per espresso a Schiaparelli, al Cairo, domandando il suo consiglio per la nostra andata a Larnaca. Telegrafavo al Nostro Padre Generale a Roma, affinché ordinasse a due padri spagnoli di Caifa di venire uno qui, a Biscerri, l’altro a Cobayath, per custodire le stazioni.

Telegrafavo al Padre Brocardo che si portasse immediatamente ad Alessandreta e prendere cura della Parrochia, essendo egli soggetto austriaco, e quindi nessuno lo avrebbe molestato ... insomma misi in meno di due ore sottosopra messomondo, non pensando mai alla canagliata che ci voleva fare qui a Biscerri il Pascià del Libano ...

Ecco che il 14, da Tripolo, da Caifa e da Alessandretta, mi si telegrafava che tutto da loro era tranquillo e che nessuno aveva dato l’ordine di partire! ...

Schiaparelli pure rispose per espresso dubitando di qualche affronto che ci si voleva fare qui al Libano e in casi disperati di andare a Larnaca e non in Italia.

Dal Carmelo pure padre Cirillo metteva in viaggio due padri, come avevo io domandato per precauzione. Letti tutti questi telegrammi, respirai, da una parte vedendo le altre case tranquille, e pensai dall’altra a tanta spuderatezza ed audacia del Pascià del Libano.

Non perdei allora tempo e alle undici di notte riuscii a mandare (dopo tante preghiere) un telegramma al Console di Germania a Beirut per metterlo al corrente della trama ...

Vostra reverenza sa quali sono le preghiere efficacci in questi momenti: il bahscisce. Intanto, prima che io ricevessi tutti i sopradetti telegrammi, questo Mudir, verso le quattro pomeridiane dello stesso giorno 14 corrente mese, portò un altro ordine del Pascià cosi concepito: “non si permette assolutamente dare dilazione più che il termine già fisso dal Governo Ottomano (fino al 15 Marzo), quindi avvisate i religiosi e religiose di lasciare la montagna (noti la montagna) per sabato prossimo, tutto al più 16 Marzo, ma le due religiose arabe e la terza svizzera devono presentare una dichiarazione scritta come che non italiane e uscenti dalla protezione italiana e di mandare queste dichiarazione a me.” S I C.

Figurati come ebbi a trovarmi a questo pressante ordine, che questo Mudir poi interpretò anche più severamente per aumentare l’amarezza della pillola, che ci si voleva fare ingoire. Ma non mi perdei d’animo e, alzatomi in piedi, alla presenza di tutti di casa, protestai fortemente contro questo ordine punto ragionevole per il poco tempo che ci si dava per prepararci a partire e disssi chiaramente che io non avrei ceduto che alla forza e non consideravo punto ordini di tal sorte.

Noi non dovevamo ricevere tali ordini che dal Consolato di Germania e, fino a che questi non avesse parlato, noi, a tutto costo, saremo restati nella nostra casa e, si guardasse bene il Mudir, di farci violenza.

Questi rispose che egli aveva ordini precisi e non poteva che metterli in esecuzione a qualunque costo, ci doveva chiudere entrambi le case, cioé deo padri e delle suore, e quindi che stessi preparato che Venersi 15 corrente mese sarebbe venuto con tutta autorità a metterci fuori, comprese le suore non italiane, e le orfanelle ... tutti insomma. Ed aveva ordine di chiudere e quindi non poteva lasciare nessuo in casa !!! ...

Risposi che egli facesse pure quel che voleva, ma che noi non avremmo ceduto che alla forza e che facesse attenzione per le suore arabe e Svizzere, che dovevano assolutamente essere rispettate nella propria casa, non avendo ricevuto ordine per metterle fuori.

Come ho detto sopra, di tutto questo misi al corrente il Consolato di Germania in Beirut con un lunghissimi telegramma, col quale facvo notare principalmente la situazione delle suore non italiane e delle povere orfanelle, che io volevo assolutamente che restassero in casa, anche se noi tutti dovevamo paritre.

Il Console rispose che le suore non italiane nessuno avrebbe osato molestare e niente più fino a tutto Venerdi quidici, nel quale giorno il Mudir non si presentò per cacciarci, ma ci mandò ad avvisare per l’indomani.

Noi intato per qualunque evenienza avevamo lavorato di notte e di giorno per ordinare tutta la casa e fare l’inventario di ogni cosa, compreso Mar Sarkis, con tutti i suoi albri del bosco.

Ero deciso di non chiudere assolutamente se il Mudir non avesse verificato l’intervento e non mi avesse rilasciato un attestato firmato dalla municipalità delle nostre case e di quanto esse contenevano.

Credo pure che il 14 e 15 furono due giornate d’agonia, rese più dolorosa da silenzio di Germania, il quale però (e noi lo sapevamo per mezzo del telegrafista di Beirut, ma sia detto in confidenza) era in continua corrispondenza con l’ambasciata di Costantinopoli pel nostro affare.

Venerdi sera credevo di scoprire pensando a quanto poteva accadre l’indomani con più di 45 persone da far viaggiare nel caso fossimo messi violentemente alla porta. Ordinai che tutte le porte di casa fossero chiuse e ben custodite e che nessuno di casa si fosse mosso se non trasportate per forza dai soldati, perchè io volevo rimanere l’ultimo ad uscire per intendrmela con le autorità.

Nota che ben 400 soldati turchi sono ancora qui a Biscerri ... e chi sa che cosa poteva avvenire.

Arrivammo al Sabato 16 dopo una notte d’inferno, ma la mattina ero più calmo, sentivo che avrei potuto dominarmi davanti a quanto stava per succedere. Il mio più grande pensiero era per le suore e la numerosa loro famiglia di oltre 35 persone, ma ... esse pregavano ed Iddio esudi le loro preghiere.

Verso le otto infatti ecco che si scatena un temporale da far paura, quasi una protesta del cielo per la cangliata, tramata dal Pascià.

Il Mudire fino alle undici non osò venire a molestarci con i suoi soldati, e fu una vera grazia del cielo. Infatti, ecco alle undici il telegrafista stesso ci porta il seguente telegramma: “ Restate al vostro e non sortitene che dietro violenza. Sono per arrivare ordini da Costantinopoli per lasciarvi tranquilli. Console di Germania”.

Si’immagini come fu tale telegramma, credevamo di sognare ... di essere pazzi. Eravamo pronti a lasciare Biscerri ed avevamo lavorato tanto in quei due giorni, ma avevamo pure deciso di non uscire di casa, se non dietro violenza ed il console Di Beirut approvò, senza saperlo, il nostro pensiero.

Comunicammo immediatamente questo telegramma al Mudir il quale a sua volta lo comunicò al Pascià e per tutto sabato nessuna visita del Mudir. Solamente verso le quattro pomeridiane ricevemmo una notificazione come che il Pascià dava licenza al Mudir di lasciarci fino al Lunedi, afficne avessimo potuto compire i nostri doveri religiosi la Domenica !!! ...” da relazione del tempo.

III

La guerra italo – turca che fa lamentare tante famiglie in questi tristissimi tempi, è causa pure di indicibili sofferenza alla nostra Missione di Siria, la quale va traversando uno dei più critici periosi della sua esistenza.

Risvegliatosi il fanatismo musulmano, siamo stati forzati a pagare contro ogni diritto, imposte favolose, e ciò non slo per quest’anno, ma altresi per il decennio trascorso, pena la confisca dei beni che possediamo.

Ci hanno fatto chiudere scuole, collegi, orfanatori, chiese, con grande detrimento dei poveri cristiani e, con quali perdite per la missione, ognuno può immaginare.

Abbiamo dovuto abbandonare in tutta fretta la nostra stazione di Beylan, ove due anni sono avevamo roccolte tante persone, povere orfanelle, figlie dei martiri dell’ultima persecuzione. La casa, il mobile, tutte le provvigioni d’un anno divennero preda dei musulmani.

Per salvare queste povere cresture le abbiamo rifugiate nel Libano, ove dopo otto giorni di pericolosissimo viaggio, giunsero in uno stato da far compassione.

Le nostre Suore di Kobayath dovettero anch’esse, insieme ad altre bambine, ritirarsi nel Libano, ma quel sorte non sarebbe loro toccata, se la Divina Provvidenza non avesse vegliato su di loro! Trvesando la montagna di Akkar, esse furono attaccate da una tribù di Mutueli, i quali fecero saccheggio di quanto portavano, uccisero parechie cavalcaturee dispersero la mite carovana.

Se le suore ci ebbero salva la vita, fu un vero miracolo del Signore, cui esse fecero fiducioso in quelle ore di costernazione e d’angoscia. Quasi tuttal la Missione è dunque al sicuro a Biscerri, ma i sacrifizi e le sofferenze sono molte.

Siamo in pieno inverno a 1300 m sul livello del mare e manchiamo delle cose più indispensabili, cui siamo impossibilitati a provvedere; e se lo stato attuale di cose durerà ancora, saremo costretti a mendicare.” (padre Giuseppe d’Arpino 14 Gennaio 1912).

“Ho compreso quanto Vosrta Reverenza dice nella sua desideratissima, ma creda pure che le notizie riguardanti il contegno di Gotti mi hanno, più che mai, gettato in una più profonda tristezza.

Fino ad ora nessun riscontro alla mia accorata a dette E.mo come neppure niente dal Padre Nostro Luca, quanto poi a sussuidi neppure a sognare da Roma, quntunque abbia scritto delle lettere da commuovere le pietre. Fortuna che Schiaparelli non ci ha abbandonati, altrimenti bisognava far fagotti davvero.

Quelle parole poi del padre Nostro Generale “egli teme molto di perdere questa missione” mi hanno fatto tanto male da scoraggiarmi! Non sono però le parole, ma i fatti che vanno corrispondendo a questi timori, che mi attristano immensamnte.

Dee sapere infatti che a Biscerri è una cosa compiuta l’aperutra d’un collegio francese nella scuola di Mons. Arida, tutti ne parlano pel prossimo Ottobre. Come sa, scrissi e protestai presso la delegazione, ma Mons. Giannini, quantunque a noi tanto affezionato, non potè rispondermi che tutto dipendeva da Patriarcato Maronita.

Mi rivolsi allora al Patriarca, ma questi fini di darmi il tracollo con la la lettera qui unita.

E non è il primo lui che mi consiglia la viltà somma, incomprensibile per me, di ritornare alle braccia della nostra protettrice matrigna, io rispondo a tutti quel detto che fa proprio a proposito: potius mori quam foedari.

Ho scritto tutto a Schiaparelli, l’unico protettore, l’unico sostegno rimastoci.

Ora è venuta pure la volta di Alessandretta. La Delegazione ( in via confidenziale) ci avvisa che i Frères des Ecoles Chretiennes stanno facendo pratiche, appogiati da pezzi grossi a Roma, presso Propaganda, per stabilirsi ad Alessandretta e ci consigliava a indirizzargli una forte protesta ch’egli avrebbe raccomandata ed inviata a Propaganda.

Abbiamo fatto subito il nostro dovere messo al corrente della cosa P. Nostro Luca e Schiaparelli, mandando a ciascuno una copia di detta protesta, come faccio con V. R.

Speriamo che si riesca a scongiurare un nuovo guaio ad Alessandretta. Come vede i nemici non dormono, massime in questi giorni tristissimi.

Vostra reverenza dimentichi di parlare di tuto questo col Padre Stanislao e di mandarli copia delle due qui unite. Standoli a Roma può far molto. Io pure ho avvertito Padre Nostro Luca di parlare con detto padre. Qui nel Libano ci crediamo tranquilli, ma anche qui non siamo stati risparmiati dalla paura ... e che paura!!!

Un mese fa a Biscerri si ebbero una famiglia presso che distrutta dai Zgortiti: padre e due giovanotti trucidati !...

Biscerri si armò e andò a brucciare Ehden, distruggendo più di 50 delle migliori case e saccheggiando le altre ... una vera guerra!

Gli Zgortiotti si ebbero quel giorno tre morti ed i Biscerrani uno solamente. Si figuri la rabbia degli Zgortotti e la vendetta che hanno giurato . tutti temevano che venissero ad assalire Biscerri, avendo essi radunati molti fucili dai paesi vicini; allora il Governo mandò d’urgenza più di 400 soldati turchi a Biscerri e li abbiamo ancora. Quando Sabato scorso, or sono nove giorni, i nostri cannoni si facevano sentire a Beirut, e noi li sentivamo qui in maniera sa aver apura; i soldati turchi volevano venire a distruggerci insieme al convento e poco ci mancò. Fu un miracolo se siamo stati risparmiati, perchè i soldati ricevettero ordine di lasciare subito Biscerri, ciò che essi fecero all;istante. Respirammo e protestammo energicamente presso il Consolato tedesco, il quale questa vota sembra si sia fatto sentire, perchè i turchi tornati non molestarono, anzi hanno negato le loro brutali intenzioni dei giorni scorsi.

Si dice a Beirut che, oltre alle due corrazzate turche che furono distrutto, perirono circa 200 soldati e 200 altre persone. Si cominciò a far dimostrazione contro i Consolati e allora la città fu dichiarata in stato d’assedio. Da Beirut partirono (dicono) circa 100.000 persone. A Tripoli grande panico e cosi dappertutto. Iddio ce la mandi buona quest’anno e ci aiuti e ci protegga. (padre Giuseppe D’Arpino 3 Marzo 1912)

Lettere del Patriarca Maronita in risposta ad una relazione mandatagli dal Superiore della Missione padre Giuseppe d’Arpino: “

Patriarcatus Antiochenus

          Maronitarum                           Bikorki il 22 Febbraio 1912

Molto reverendo padre,

riferendomi a quanto mi fa conoscere nella sua lettera del 2 c, m, pervenutami ultimamente, mi faccio premura di far conoscere ed osservare alla P. V. Quel che segue:

1) la P.V, sa e confessa nella sua lettera che questo Patriarcato ha sempre testimoniato simpatia ed affezione alla Missione Carmelitana, e si ricorda pure quanto il medesimo Patriacato ha prestato particolarmente allo stabilimento di Biscerri aiuto morale e materiale.

2) Il progetto di cui si tratta non è stato di nostra iniziativa, nè è stato trattao ufficialmente con Patriarcato, ma, per quanto ci pervenne, si parla di fare una scuola professionale che non deve essere diretta da laici, ma da ecclesiastici, quindi non c’è propriamente concorrenza al vostra collegio destinato alla educazione ed istruzione della gioventù, nè pericolo per la religione.

3) Non possiamo nascondere che il passaggio di protezione della vostra missione, effetuata da V. P, ultimamente, è la causa degli inconvenienti che lei lamenta e che lamentiamo anche noi, benchè non siamo responsabili nè della causa nè degli effetti, e le circostanze nelle quali ci troviamo non ci permettono d’immischiarci in una questione di politica europea; la P. V, solo potrà rimediare a questo stato di cose, se volesse intendersi col le autorità compettenti, come si fece ultimamente da altri missionari a Costantinopoli.

Del resto non abbiamo mancato di prevenire a tempo l’E.mo Signo. Cardianl Gotti dei pricoli che ci parevano sovrastare dalla politica alla scuola di Biscerri.

Intanto prego il Signore di benedire la P. V, e tutta la Missione Carmelitana.

Dev.mo

Elia Pietro Huayek Patrircato Antiocheno.

Dai documenti riportati si può dedurre quanto gravi sino state le sofferenze dei nostri padri missionari in genere e in ispecie di quei della stazione di Biscerri, durante la guerra italo–turca. Il padre Stanislao de S.C. (Intracciagli) in quel tempo si trovava a Roma. Essendo stato egli dei principali reponsabili del cambiamento di protezione, non era ben viso dal Cardinale Gotti O.C.D prefetto Generale di Propaganda Fide, quindi le autorità ecclesiatiche, durante la guerra, non poterono apportare alla Missione nessun valido aiuto.

Ma il padre Stanislao trovò la strada. Il comm. Schiaparelli, segratario Generale dell’Associazione dei Missionari Italiani, gli fu sempre largo di aiuti e di consigli; cosi egli potè avere a Roma vari abboccamenti con Ministero degli Esteri di San Giuliano. In una conferenza che il padre Stanislao ebbe con il ministero, presente Padre Giugliano di San Alberto, Priore di Santa Maria della Scala (attuale Generale Dell’Ordine), quegli suggeri l’idea che se la Turchia o qualsiasi altra autorità della Siria o del Libano avessero espulso i Carmelitani, il R. Governo avrebbe espulso tutti religiosi turchi o soggetti ai Turchi dall’Italia. Il Ministro sorrise di fronte a tale piano, soggiunse che tale rappresaglia avrebbe urtato certamente il Vaticano; di San Giuliano dette assicurazione che per mezzo delle autorità Germaniche, sperava che i Carmelitaninon avrebbero l’espulsione. Cosi avvene; di fatti prima della fine della guerra i nostri padri, dopo i gravi pericoli corsi ed i guai subiti, poterono godere una relativa tranquilità. Ciò apparisce da una lettera del Padre Stanislao diretta al padre Dionisio, superiore del collegio di Biscerri, che si trovava in quel tempo a Venezia.

Roma 7 Aprile 1912.

Carissimo padre Dionisio        ,

resurexit! ... E pensavo che invece del festivo alleluia, questa santa Pasqua non ci avrebbe porato, quest’anno, che timori, angoscie e lagrime! La Quaresima è stata buia, tempestosa; ci aspettavamo da un momento all’altro il naufragio della nostra cara navicella ... ma, alla fine, il vento si è quietato, le onde si sono calmate, il sole è brillato nuovamente tra le nubi e noiabbiamo potuto cantare a Cristo l’alleluia col cuore riconoscente. Alleluia! Preghiamo il Signore perchè completi l’opera e porti la navicella alla vittoria e sproni equippagio e capitano a sempre maggiori impresi. Amen.

Il padre Giuseppe mi ha dato relazione di tutto ed io non ho mancato di servirmi subito delle nuove notizie avute. Non ho deposto le armi e non le deporrò fino a che non vegga nostra navicella al sicuro. In un’altra scaramuccia, ho conciato per le feste Delenda e i suoi Frères ... ed ora sto aspettando una risposta telegrafica del Padre Giuseppe circa la riapertura del nostro collegio di Biscerri, ma ... ti raccomando di non parlare a nessuno di queste cose. Io le dico a te solamente per farti coraggio. Quanto alla mia partenza per la Siria, non è questo il momento di parlarne. Io avevo scritto al pader Giuseppe che se credevo che l’opera mia fosse di qualche utilità alla Siria, mi avesse fatto un solo cenno e sarei subito partito; ma poi vennero le sante cannone di Beirut e il resto ... e allora cominciò per me un lavoro gravissimo e difficilissimo. Guai a noi se non mi fossi trovato qui! ... Ora le cose nostre vanno molto meglio, ma i pericoli non sono ancora del tutto allontanati. Se il padre Giuseppe avesse letto le mie del 23, 26, 30 Marzo e l’ultima del due corrente non mi avrebbe certamente fatto cenno di partire in Siria. È strano! Le cose della Missione e il piano infernale dei nemici nostri l’ho capito meglio io qui a Roma che i nostri compagni in Siria. Ciò non è strano per nulla: Roma est caput mundi, e chi sta dentro il capo ... sa bene quanto avviene anche all’ultima punta dei piedi. Non ti va? Per ora dunque resto qui, nel caput mindi a ... rompere la testa e ... le scatole ai nostri cugini. Ah! Les amis! ... mais lesa affaires sont les affaires !e i sentimentalismi son messi da banda. Basta. Non so perchè il padre Giuseppe nella lunga sua relazione a me e a Casini non fa punto motto del telegramma, che ti mandai il 15 marzo, perchè glielo trasmettessi per via Trieste. Quel telegramma era la conseguenza di passi fatti da me al ministero. Che sia stato sequestrato a Tripolo? Mi piacerebbe saperlo; non fosse altro per la storia della terribile lotta. A te non ha scritto nulla il padreGiuseppe?

Padre Stanislao del S.C.(segue la firma).

Certo è che tutti guai passati dalle stazione della nostra missione ci vennero dai Turchi, ma è parimenti certo che i nostri nemici furono aizzati dai consoli francesi per vendicarsi dell’avvenuto passaggio di protezione. Finita la guerra, passata la tempesta, la Missione riprese vita, sotto l’energica ed illuminata direzione del Superiore Padre Giuseppe, coadiuvato dal Padre Stanislao, padre Dionisio, padre Serafino, padre Pier Luigi.

V)

Il giorno 9 Marzo 1905 il M.R.P. Cirillo di Santa Maria Vicario del Monte Carmelo e superiore Apostolico della nostra Missione, nel venire in sacra visita a Biscerri, nella adunanza che ebbe coi capi del paese questi chieser le nostre suore carmelitane di campi Bisanzio e per confermare la loro buona volontà offrirono la chiesina di Seide con un pezzetto di terreno sotto l’attuale stabilimento delle suore.

In attesa della costruzione della futura abitazione offrirono al Padre Cirillo una casa vicino a Mar Saba, per la scuola femminile. Le nostre suore infatti, la notte del 4 Novembre 1905, accompagante dal Padre cirillo, vennero a Biscerri e per la loro abitazione fu presa in affitto la casa dei Saine, a pochi metri di distanza dall’attuale casadei Padri. In una camera a pianterreno fu improvvisata la cappella, ove, il 5 Novembre, il  padre Cirillo celebrò la prima messa, alla presenza delle suore e di molto popolo. Le suore, in detta casa, cominciarono subito il loro silenzioso apostolato, aprendovi la scuola femminile e scuola di lavoro. Siccome nella casa scelta per loro abitazione non vi era locale sufficiente, avevamo in paese, presso Mar Sarkis, un’altra scuola, ove insegnavano te suore, la maestra Nagibe Rahme con un’altra maestra. Per l’urto continuo, o meglio per la costante gelosia fra le due maestre, le suore per non trovarsi coinvolte in questioni di donne, trasferirono la scuola presso Saide. Cosi del terreno e della cappella promessa sotto l’attuale casa delle suore, non se ne parlò più. Esse rimasero nella casa Saine fino al 1909, anno in cui vennero ad abitare l’ala a ponente del convento di San Giuseppe. Qui concentravamo le loro opere: collegio interno, scuola esterna, asilo, scuola di lavoro, farmacia ed ambulatorio; farmacia ed ambulatorio erano dirette dal Dottor Mansur, coadiuvato dalle Suore. Quando il padre Cirillo , mal consigliato dai suoi collaboratori e specialmente dal padre Leono e dal Padre Enrico, belgi, fece, capire che Missione, in breve tempo, sarebbe stata prettamente francese o belga, ed inviò i missionari italiani altrove, le nostre Suore ebbero molto a soffrire. Presero parte a tute le peripezie ed angoscie sofferte dai padri, gioirono con essi, quando fu nominato Superiore della Missione il padreGiuseppe d’Arpino .

Avvenuto il passaggio di protezione sotto la patria bandiera, anche per le Suore si creò in paese un senso di sorda ostilità, che esplose più volte contro di loro, per opera specialmente della maestra Rahme; era naturale che le buone Suore condividessero gioia e dolori dei loro confratelli missionari; quindi le loro sofferenze ed il loro timori furono insuditi durante la guerra italo – turca.

A ciò si aggiunga lo spavento non del tutto trascurabile di una strage di padri e suore, minacciata e gettata cosi all’aria dai nemici d’italia, e questa strage, secondo quanto dicono le memorie del tempo, dovevano essere perpetrata dai 400 soldato turchi che si trovavano a Biscerri per sedare i tumulti avvenuti tra Biscerri e Zgorta. Le memori dicono che un biscerrano si mise a disposizione dei soldati turchi qualora questi avessero voluto attuare il progettato massacro. La notizia fu poi smentita sia dal Mudir, sia dagli ufficiali turchi, come dal bravo tipo, che, conoscendo bene la casa dei padri e delle suore, avrebbe dovuto dirigere l’azione. Questa minaccia, il pericolo di una fuga a Cipro, aumentavano le pene e le angustie delle suore, le quali non erano soltanto le tre o quattro abitulamente di stanza a Biscerri, ma vi erano anche le suore di Kobayath, di Beylan, con le loro orfanelle.

Cessata la bufera e finita la guerra italo – turca, le Suore continuarono la loro opera e dettero maggior impulso al loro apostolato silenzioso, umile, ma altamente apprezzato e ricercato.

PARTE II

BREVE RELAZIONE SUL PASSAGGIO DELLA NOSTRA MISSIONE DALLA PROTEZIONE FRANCESE A QUELLA ITALIANA

1910 – 1911

I

La nostra Missione di Siria, italiana di origine, di lingua e di tradizioni, fu sotto la protezione francese fino dai suoi primordi, come quasi tutte missioni esistenti nell’Impero Ottomano.

Questa protezione francese, qualche volta veramente efficace, spesso di solo nome, e spesissimo irrisoria o nulla e contraria perciò al naturale sviluppo della nostra Missione (vedi documenti del nostro archivio) produceva in tutto il corpo della Missione quel certo malessere che prova chi alloggia in casa altrui... chi viaggia senza conoscere le strade...chi si trova tra due doveri opposti...chi insomma non naturale sviluppo della nostra Missione (vedi documenti del nostro archivio) produceva in tutto il corpo della Missione quel certo malessere che prova chi alloggia in casa altrui... chi viaggia senza conoscere le strade...chi si trova tra due doveri opposti...chi insomma non è padrone delle proprie azioni...

Di qui l’incertezza d’indirizzo, l’indecisione di propositi, e frequenti conflitti coi consolati di Francia, male a pena celati sotto cortesi forme, le difficoltà per rivolgersi si Consolati d’Italia, anche in quelle cose che colla protezione non avevano relazione, e quella conseguente generale paralisia che arrestavano ogni generoso sforzo, e del corpo e delle singole membra, della Missione.

Spettatori della tristissima condizione di cose, testimoni auricolari d’infinite miserie narrateci dai nostri vecchi padri, che diecine e diecine d’anni avevano opersamente passato in Missione, nonchè diquelle riferiteci da vecchi missionari di altri Ordini Religiosi, dubitosi e privi di ogni speranza, cercavamo una via che guidasse ad una vita nuova e più conforme al carattere della Missione.

Le nostra franche ma moderate rimostranze ai Consolati di Francia, la nostra più assidua e disinteressata cura per lo sviluppo della lingua francesse, i nostri umili reclami ai superiori ecclesiastici, i nostri personali sforzi e sacrifizi per migliorare la nosta posizione non riuscivano a mettere la Missione sulla giusta via.

Fu dopo tante agonie (alle quali non mancò neppure lo scherno beffardo da parte di quei stessi che ci proteggevano) che ci decidemmo a battere tutt’altra strada col coraggio di chi sa d’essere nel suo pieno diritto, con la tenacità di chi è pronto a soffrire tutto pur di risorgere a vita nuova, ma insieme con la volontà ferma di non recar offesa a nessuno. E andammo!

II

Una lettera del P.N. Luca, Procuratore Generale dell’Ordine, ci servi di punto di partenza.

La lettera proveniva da Roma in data 6 Novembre 1910 e conteneva l’originale di una risposta dell’Ass.Nazionale Italiana ad una domanda rivolta dal medesimo P.N.Luca al Ministero della Cuerra d’Italia, con la quale si chiedeva che almeno due conventi della Provincia Romana fossero riconosciuti dal Governo come collegi per Missioni.

La risposta data dall’Assoc. Nazionale a nome del Governo diceva che nessuna casa poteva essere riconosciuta come collegio di missioni, nè i giovani religiosi essere fatti esenti dal servizio militare, intuitu missionis, se le missioni stesse non fossero state sotto la protezione italiana, ecc...

La lettera dell’Ass. Nazionale veniva da Torino ed era datata 31 Luglio 1910. Essa fu copoata e rimessa al P.N.Procuratore, conforme al desiderio di questi.

Il P. N. Luca poi nella lettera sua ci consigliava solo di mettere le suore e le loro scuole sotto la protezione italianna e taceva del resto.

Radunatosi il Consiglio verso i primi di Dicembre, fu fatta lettura della lettera dell’Ass-Nazionale e deciso di muovere i primi passi presso la medesima pel passaggio di tutta la missione sotto la protezione italiana, ma con la condizione che essi non avrebbero carattere ufficiale, che sarebbero stati, assolutamente tenuti segreti, che intanto si sarebbero secretamente interpellati tutti i missionari, ecc. E che, spianate le più gravi difficoltà,si sarebbe proceduto ufficialmente alla domanda di passaggio di protezione e all’esccuzione di es-so.

Delle intenzioni decisive di tutti i missionari non si aveva motivo di dubitare. Difatti fin dal 20 Novembre a Biscerri era stata redatta una vivace domanda e inviaa a questo Consiglio Prov. Pel cambiamento di protezione, domando che poi fu firmata da tutti gli altri missioneri, nessuno escluso, e firmata anche dalla Vic. Generale delle Suore per quello che riguardava il suo Istituto.

Questa domanda fu letta in consiglio il 13 Dicembre 1910, vi furono fatte le debite note esplicative e fu deciso di darle corso (Vedi archivio) sempre mantenendo la condizione del più assoluto segreto.

Untanto, come abbiamo detto sopra, si introducevano le pratiche preliminari.

Nel consiglio dei primi di dicembre, al quale prese parte anche il P. Emanuele della Croce, fu scritta la prima lettera al Presidente dell’Associazione Nazionale, nella quale, posta come prima condizione il secreto, il Superiore Apostolico ed i suoi consiglieri domandavano all’Ass. Naz. Ampie spiegazioni circa gli oneri che a noiitendeva imporre la nuova protezione e circa i diritti che ei concedeva, nonchè circa la conservazione dei privilegi, ecc. compensazioni di danni per l’eventuale passaggio, sussidi fissi per le varie opere esistenti ed erigende ecc. ecc.

Alla lettera venivano accluse due note : una di tutto il personale, stabilimenti ed opere della Missione, e l’altra dello stato finanziario e del prevedibile e conseguente suo cambiamento... in peggio. (Vedi lettera 3 Dicembre 1910).

Il giorno 10 Dicembre, moriva rimpianto da tutta la Missione, il P. Emmanuele della Croce, I Consigliere Provinciale e il P. Brocardo della S. Famiglia entrò a far parte consiglio.

Con lettera del 23 Dic. 1910 il Sign. Carlo Bassi, Presid. Generale dell’Ass. Nazionale, ci rispondova dandoci le norme pel passaggio di ptotezione ed assicurandoci sui privilegi fino allora goduti dalla Missione, domandandoci un elenco particolareggiato delle risorse ordinarie e straordinarie del quinquennio 1906-1910 onde regolarsi sulla media del sussidio annuale che l’Ass. Nazionale avrebbe potuto promattere alla Missione ecc. e dichiarando che, quanto agli oneri da parte della Missione, questa non aveva nessuna obbligazione verso la Associazone, ma solo era obbligata di essare la bandiera italiana sulle sue case, mettere i ritratti dei Sovrani nelle sale di ricevimento e nelle scuole, fare gli onori ecclesiastici ai rappresentanti consolari ed insegnare la lingua italiana nelle scuole della Missione, (Vedi archivio).

In fine ci si domandava se qualche stabile della Missione fosse intestato per caso al Consolato di Francia e se tutti i missionari erano cittadini italiani.

Si era come è chiaro ai preliminari, ma si camminava di gran passo, verso gli atti ufficiali e questi non tardarono ad essere intrapresi.

III

La lettera del Presidente Generale dell’Ass. Naz. Ci pervenne alla prima metà di Gennaio 1911 ed ai 15 del detto mese rispondemmo che gli onari da imporsi alla Missione erano accettabili e che li avremmo messi in osecuzione non appena la nuova protezione sarebbe entrata in vigore. Intanto però, nel rimettere confidenzialmente l’elenco delle risorse del quinquennio 1906- 1910 (Vedi copie esistenti in archivio) dopo aver, con note illustrative, caldamente raccomandato la parte finanziaria e le facillitazioni di viaggio per terra e per mare, il Sup. Apostolice ed i suoi Consiglieri pregavano il Presidente di voler nuovamente prendere in considerazione tutti punti della lettera speditagli il 3 Dic. 1910 da questo Cons. Prov.

Quanto agli immobili fu risposto, com’era di fatto, che nessuno era intestato ai Consolati di Francia; cirea i religiosi e suore erano tutti cittadini italiani, ecc. ecc.

Le trattative avevano preso una forma nettamente ufficiale. Verso la metà di Febbraio 1911 avemmo la risposta alla nostra del 15 Gennaio.

Da Torino il Pres. Generale in data 15 Febbraio ci scriveva che l’Ass. Nationale, senza tener conto di eventuali sussidi da parte del Governo italiano, si assumeva l’obbligo di corrispondere alla Missione un assegno annuo di £. 12.000 fisse, e di accordare, come sussidio straordinario, la somma di 100 mila lire, pagabili in non più di dieci rate annuali e possibilmente in più breve tempo.

Da tutto il complesso della lettora, come da quella precedente, risultava netto che l’Ass. Naz. Voleva che i mezzi di questa nostra Missione non solo non diminuissero, ma col mutamento di protezione si accrescessero.

Quanto al resto si avevano assicurazioni categoriche da parte del Governo Italiano e non si avevano a temere sorprese.

Stabilit dunque il pnto principale che riguardava la parte finanziaria, la lettera del Presidente parlava dele modalità pel passaggio della protezione che consistevano in tre lettere : una alla Associazione Nazionale colla quale si pregava di presentare al nostro Governo la lettera che indirizzavamo al medesimo pel cambiamento di protezione; la seconda al Ministero degli Esteri nella quale si chiedeva formalmente et ufficialmente la protezione italiana; la terza ai Consoli francesi di Tripoli e di Alessandretta con la quale noi rinunziavamo alla protezione francese. (Vedi copie in archivio).

Il secreti irdinato dal Consiglio nei primi di dicembre 1910 veniva mantenuto nel modo più assoluto.

Nè Propaganda Fide, nè l’Ordine, nè la De;egazione Apostolica, nè i Consoli francesi dovevano saper nulla, fino a che le pratiche non fossero state ultimate ed il passaggio avvenuto...

Un’indiscrezione o un men forte indirizzo potevo mettere in grande imbarazzo l’autorità ecclesiastica e procurare, forse, da parte della medesima ordini che ci avrebbero gettato in un posizione nuova e delle più difficili, una notizia qualunque del passaggio che stava per avvenire, anzi i solo sospetto che di esso avessero potuto avere i Consoli francesi avrebbe scatenato una vera tempesta contro la Missione.

Ci occorreva adunque la massima prudenza. Notizie da Roma e da Torino ci davano come sicura la pratenza del P. N. Generale dall’Italia pei primi di Marzo per recarsi a far visita regoare al Carmelo prima, e poi alla nostra Missione.

Bisognava che il mutamento avesse luogo prima dell’arrivo del P. N. Generale in Missione e ciò per non comprometterio nè con Propaganda, nè vol Governo francese.

Il passaggio doveva avvenire come avvenue, per esclusiva iniziativa della Missione. Era la via più sicura.

Nella seconda metà di febbraio scrivemmo dunque una lunga lettera al Presidente Genarale dell’associazione Nazionale, nella quale esprimevamo gli ultimi e definitivi quesiti, sia circa la parte finanziaria come circa i privilegi, ecc. ecc (Vedi archivio).

L’Associazione Nazionale con lettera ufficiale che l’impegnava “in modo diretto e fermale” (vedi archivio) in data 14 Marzo 1911, ci rassicurava sopra tutti i punti da noi esposti.

Tutti privilegi goduti dalla Missione sotto la protezione francese sarebbero stati mantenuti nella nuova protezione, e quanto alle finanze l’Associazione si obligava, come abbiamo detto sopra, a corrispondere alla Missione un assegno annuo fisso di Fr. 12.000, più unq erogazione straodinaria di 100 mila franchi, pagabile a rate ecc. , ma che, per far fronte ai bisogni più urgenti della Missione, l’Ass. Naz. Avrebbe versato alla Missione non più tardi del 31 Maggio, le prime 30 mila lire di detta erogazione.

Anvhe il Com. Ernesto Schiaparelli (anima di tutte le pratiche e poi nostro amico e protettore, come si vedrà appresso) ci scriveva rassicurandoci su tutti i punti.

Il Gemerale, per cause a noi ignote, stava ancora in Italia e le nostre cose erano ormai giunte a maturità.

La lettera definitiva dell’Associazione ci ora giunta sulla fine di Marzo.

Scrivemmo perciò la domanda pel cambiamento di protezione da inviarsi al nostro Governo italiano, facemmo la lettere per l’Ass. Naz.,redigemmo le due lettere di rinunzia pel Console francese di Tripoli e per quello di Alessandretta, spedimo il plico destinato all’ A.N. con entro la domanda al Ministero, preparammo le bandiere, ed attendemmo qualche giorno fino a che la posta fosse arrivata in Italia...

IV

Un telegramma spedito da Roma in data 9 Aprile e firmato da Ernesto Schiaparelli ci annunziava l’arrivo del nostro plico, ci rassicurava nuovamente che tutte le condizioni erano state accettate e ci avvertiva di procedere...E procedemmo!

Il giorno II Aprile 1911,dierto accordi predentemente presi, la bandiera italiana doveva essere issata su tutto le nostre case di Siria. Quel giorno perciò tanto in Tripoli come in Alessandretta due padri si presentarono al Console francese e gli rimisero la lettere del Superiore della Missione, firmata da lui e dai Consiglieri Provinciali, con la quale dichiarava che la Missione, ringraziando la nobile nazio ne francese della protezione fino allora accordatale, passava sotto la proezione italiana.

Il sign. Hepp, console di Francia in Tripoli, si mostrò cortesissimo, disse che il mutamento di protezione era logico, ma che sarebbero nate difficoltà per Alessandretta, a causa della parrocchia.

Quanto a lui sarebbe restato, come prima, sempre buon amico dei Carmelitani e li avrebbe aituati volentieri se ne avessero avuto di bisogno.

Il Sign. Delenda, Console francese di Alessandretta, non prese le cose come le doveva prendere e si mostrò subito di cattivo umore; d’una questione che riguardeva l’interessi supremi della nostra Missione e si collegava strettamente con quella di carattere diplomatico, ne face una questione di carattere personale... e le armi per sostenere questa lotta poco civile gli furono messe in mano proprio da un nostro religioso che fungeva da curato latino in Alessandretta...

V

Gli ordini impartiti per la circostanza dal Superiore della Missione, d’accordo con i suoi Consiglieri Provinciali erano questi :

I0 Che subitofatta la rinunzia ufficiale della protezione francese presso i rispettivi Consolati di Francia, in tutti i nostri stabilimenti venisse issata la bandiera italiana.

20 Che dal giorno rinunzia alla proezione francese cessava, come cra logico, da parte della Missione qualunque obbligo verso i rappresentanti della Francia.

30   Che in occasione dell’inaugurazione della nuova bandiera si fossero evitate dimostrazioni clamorose di gioia.

40 Che tutti i Missionari si mantenessero calmi e prudenti per non intralciare le trattative tra il Governo Italiano e quello francese circa il riconoscimento del passaggio di protezione.

Questi ordini furono osservati scrupolosamente in tutte le nostre residenze di Siria.

Il giorno stesso della prsentazione della presentazione della rinunzia ai Consolati di Francia, 11 Aprile 1911, furono issate in tutte le nostre case le bandiere italiane, mentre le francesi, dove esistevano, furono decorosamente ripiegate e riposte.

Tutto avvenne col massimo ordine, eccettuato in Alessandretta, dove l’inosservanza degli ordini ricevuti fece nascere gravissimi incidenti. La lettera di rinunzia fu comunicata a quel Consolato di Francia regolarmente, ma la bandiera non fu issata se non il giorno 15 dal P. Direttore delle Scuole, essendosi il Presidente e Curato di quella Casa e Parrocchia rifiutato di farlo.

Di più quel religioso, impaurito forse da minaccie da parte del Console francese, trasgredi anche gli altri ordini tassativi sopra mentovati al N0 2 ed invitò arbitrariamente il Console francese alla Messa consolare di Pasqua.

E’ certo che il Sign. Delenda, V. Console francesse di Alessandretta, aveva ricevuto dalla sua ambasciata l’ordine di non recarsi in chiesa, se non invitato. Dall’arbitrario invito nacque na serie lunga e spiacevole d’incidenti e pettegolezzi e scandali in chiesa, quando gli ordini ricevuti dovettero essere eseguiti.

La disciplina severssima mantenuta fino all’ultimo momento era stata infranta in Alessandretta, e le sfrontate provocazioni del Console francese, sostenute dal contegno di quel padre, presidente e curato, potevano cagionare giuste reazioni da parte dei nostri, influiro assai sull’esito delle pratiche che già si stavano facendo tra i due governi.

Quel presidente e curante fu perciò chiamato a Tripoli e in Alessandretta fu mandato il 10 Consigliere Prov. Per assistere la parocchia e insieme mettere fine ai disordini.

Non è qui il luogo di narrare tutte le miserie colà avvecute. Esso ebbero termine sul fine di agosto, dopo vibratissime proteste all’Ambasciata d’Italia a Costantinopoli da parte della Missione e dei Consolati d’Ialia. (Vedi note archivio e lettere).

VI

Non appena le lettere di rinunzia furono consegnate e le bandiere italiane issate, i due governi intavolarono subito le trattative pol passaggio, onde farne poi d’accordo la communicazione al Governo Ottomano.

Le trattative furono lunghe e laboriose. Il Governo Francese voleva riservarsi la protezione delle nostre stazioni di Biscerri e di Alessandretta, cedendo alla protezione italiana solo quelle di Tripoli, Cobaiath e Beylan. Contro la strana proposta francese protestò energicamente la Missione; gli archivi della varie case furono consultati, i documenti trascritti e spediti al Ministero insieme agli argomenti, chiaramente svolti, coi quali veniva provato che la Francia non aveva nessum diritto sulle nostre case, come non l’aveva sulle nostre persone, ecc. ecc.

L’accordo fra 1 due governi, tutto in favore della Missione, non fu raggiunto che sui primi di Settembre e la communicazione ufficiale dell’avvenuto passaggio fu subito fatta al Governo Ottomano.

La nostra Missione passava così di diritto, com’era passata di fatto, sotto ;a protezione italiana. Il Com. Ernesto Schiapatell 1, l’anima delle trattative fra la Missione e l’ass. Naz., fu anche il più valido appogio durante le trattative tra l’Italia e la Francia. Con numerose lettere c innumerevoli telegrammi ci informava di tutto, ci confortava, ci sorreggova, mentre noi per mezzo suo facevamo udire le nostre ragioni al Ministero.

Ora un breve cenno sui rapporti tra la Missione e l’Autorità Ecclesiatica.
Qualche tempo dopo la nostra rinunzia alla protezione francese e l’issamento della bandiera ialiana sulle nostre case, il Superiore della Missione ebbe una lettera del N. P. Generale, nella quale gli si domandava:

1º se era vero il fatto dela rinunzia alla protezione francese;

2º per quali ragioni essa era mandata ad effetto;

3º con quale autorizzazione;

La lettera aveva un tono benigno. Fu risposto che il fatto era vero, che le ragioni della rinunzia erano gravissime e si esponevano le principali, e che quanto all’autorizzazione era stato impossibile rivolgersi prima alle autorità ecclesiastiche, perchè le avremmo compromesse; si era così preferito di dar corso alla cosa poggiandosi sulla domanda di tutti i religiosi missionari, nessuno escluso, e che a conforma della verità si accludeva una copia di essa domanda.

Anche S. E. Il Card. Gotti fece al Superiore della Missione identiche rimostranze, alle quali fu risposto nello stesso senso, ma più diffusamente. Quanto al Delegato Apostoico di Beirut, questisi mostrò, senza scriverci lettere, soddisfattissimo dell’avvenuto passaggio e ci raccomandò la massima prudenza, specialmente durante le trattative tra il Governo nostro e quello francese.

VIII

Dopo pochi giorni dalla comunicazione fatta dai due Ambasciatori d’Italia e di Francia al Governo Ottomano pel nostro passaggio sotto la protezione italianna, scoppiò improvvisamente la guerra tra l’Italia e la Turchia.

La nostra protezione, come quella di tuti i sudditi italiani, fu affidata alla Germania.

La storia terribile non può essere descritta in questa breve relazione. Qualcuno dei nostri missionari pensò di scriverla a parte. Solo qui, percheè non se ne perda la memoria, dobbiamo inserire qualche breve nota, che si collega col passaggio di proteziono.

1º Durante il tempo che durò la guerra non fummo molestati in nessuna maniera da musulmani e specialmente da autorità ottomane. Vi fu, è vero, l’aggressione delle suore che andavano a Biscerri, e poi l’attentato contro il Dott. Casini, ma quella si deve ad una banda di predoni del Libano (metueli) e questo ad astio personale di cristiani.

2º Ci fu imposto a Tripoli di pagare le tasse pei nostri fabbricati ecc., ma ciò fu dietro insinuazioni del Muktar dei Maroniti, spinto, dicono, dai dragomanni del Console di Francia.

3º A Biscerri ci fuchiuso arbitrariamente il collegio dl Governatore del Libano, coadiuvato con gran zelo dal Mudir del pacse, NagibBeik Doher, tutta gente oristianissima.

4º In Alessandretta il Console francese fece pratiche presso il Caimacan, perchè facesse chiudere la nostra scuola, ma il Caimacan si rifiutò di farlo.

5º In Alessandretta lo stesso Console francese cercò di nuocere al nostro procuratore, Iuseph, inviando al Caimacan una lettera con la quale dichiarava che il detto Iuseph non era più protetto francese. Sperava di mandare il nostro procuratore alla guerra e rovinare la sua famiglia. Ma non ottenne che il disprezzo dei cristiani e dei turchi.

6º Le insinuazioni, le arti e le pressioni per farci passaro sotto la protezione francese furono numerose, ma non ottennero nessuna dedizione.

7º Anche il Patriarca Maronita ci consigliò apertamente di ritornare sotto la protezione franceso!

8º Tutte le nostre scuole, compreso il collegio di Biscerri, furono riaperte nell’ottobre 1912, pima che la pace fosse fatta tra la Turchia e l’Italia.

9º In tutto il tempo della guerra tanto l’Ass. Naz. Come il Governo Italiano ci aiutarono potentemente, mentre venivamo quasi totalmente abbandonati dai Superiori dell’Ordine.

10º Dietro le solite istigazioni ecc. la Missione fu inclusa nel decreto d’espulsione; ma, dove più fummo vessati, fu a Biscerri. Il Governatore del Libano voleva scacciarci ad ogni costo. Le pene dei missionari furono indicibili, ma la fermezza, l’energia e la costanza del Superiore della Missione scongiurarono la suprema rovina. Mons. Giannini telegrafò all’Imperatore di Germania protestando; e il Governo Italiano minacciò rappresaglie in Italia, se ci avessero scacciati.

IX

CONCLUDENDO

Non ostante tutte le pene sofferte, e che tuttora soffriamo in parte, col cambiamento di protezione abbiamo eliminato  quell’incomodo dualismo che metteva la Missione in una posizione falsa e quindi d’inferiorità di fronte alle altre missioni e abbiamo ottenuto l’unità d’intenti, senza venire meno alle esigenze locali... rispetto da noi voluto e perciò non imposto nè inceppante, come era per il passato.

Col cambiamento di protezione abbiamo rafforzato, anzi messo al sicuore, il lato finanziario per l’avvenire, senza rendere schiava di alcuna la Missione; abbiamo reso possibile ai giovani nostri religiosi d’Italia l’esenzione dal servizio militare; abbiamo aperta la via al riconoscimento, da parte del Governo Italiano, di qualche nostro convento d’Italia, come collegia di missione; abbiamo fatto conoscere e stimare la nostra Missione dal popolo italiano e l’abbiamo resa rispettata davanti agli Orientali.

Questa l’opera, opera difficilissima dato l’ambiente nel quale ha dovuto svolgersi e le circostanze tutt’altro che favorevoli, tra le quali dovemmo muoverci. Le autorità ecclesistiche non sono state comecchesia compromesse e la Missione ha presa la sua via naturale.

Il Signore che ci diede la forza per abbatere e costruire, conservi il nuovo edificio e lo prosperi.

 

 

RIORGANIZZAZIONE

I

Avvenuto il passaggio di protezione, il P. Stanislao del S. Cuore (Intreccialagi) d’accordo col Speriore della Missione P. Giuseppe della Vergine del Carmelo (D’Arpino) fece passi presso il Ro Governo e presso il Sen. Schiaparelli, Segretario Generale dell’Ass. Naz. Per i Missionari Italiani all’Estero per domandare sussidi per la Missione.

Il P. Stanislao ebbe col Marchese di S. Giuliano, Ministro degli Estori, parecchi colloqui in proposito; egli chiedeva al Ministro che avecndo la Missione rinunziato alla protezione francese aveva perduto i sussidi che le organizzazioni cattoliche di Francia davano per il mantenimento della Missione. I sussidi rappresentavano una somma di circa 6000 franch all’anno.

L’On. Di S. Giuliano trovò giustissima tale domanda, ma fece osservare che non era conveniente concedere sussidi per scuole, perchè diceva egli:”Concesso il sussidio dal Ministero degli Esteri per le scuole, il R.Ministero manderà degl’ispettori, tra questi funzionari può quasi sicuramente travsrsi qualche massone, il quale, trattandosi di scuole affidate a religiosi, farà certamente relazioni contrarie, e noi dovremo stupidamente tenere conto e quindi...seccature per la Missione.

Invece il Marchese di S. Giuliano, pur accordando sussidi, li concesse nn per le scuole ma per l’ufficiatura delle quattro chiese della Missione, fissando cosi lire 15.000 all’anno, alla quale somma l’Ass. Naz. Aggiunse lire 12.000.

Qui cade in acconcio un grazioso episodio. Nominato Superiore, P. Giuseppe D’Arpino richiamò subito in Missione quei religiosi Italiani che P. Cirillo aveva inviato altrove.

Tra i primi a tornare fu il P. Emanuele della Croce, che era stato Profetto Apostolico per ben 25 anni. Egli era considerato il padre della Missione, quindi fu tenuto al corrente del cambiamento di protezione, ma temeva che facendo ciò la Missione avrebbe perduto le sue modostissime entrate.

Un giorno, trovandosi egli a Tripoli, uscendo di camera vide un facchino, che faticosamente portava sulle spalle una pesante cassaforte per il Giuseppe. Il buon Padre domandò al P. Giuseppe ed al P. Stanislao:”Cosa ci fate con questo arnese?” – “P. Prefetto, ci metteremo i soldi” risposero i due padri ridento. Il venerando Prefeto era scettico... egli nel lungo tempo del suo superiorato aveva maneggiato poco denare, e per precauzione lo teneva nascosto sotto un mattone della sua cella.

Quando, qualche giono dopo, arrivò un largo sussidio del R. Governo Italiano, fu chimato P. Emmanuele, gli fu mostrato e rinchiuso nella nuova cassaforte... Il vecchi missionario pianse di consolazione e, sollevando gli occhi al cielo, benedì con effusione di cuore, i due principali artefici della nuova promettente situazione.

II

Ratificata la pace di Losanna tra l’Italia e la Turchia, la tranquillità rientrò in Siria, Palestina e Libano.

La nostra Missione riprese il suo cammino ascensionale, guidata dal corragio, ardimento e sagacità del P. Giuseppe D’Arpino.

Egli nel 1911 aveva ottenuto dal P. N. Generale parecchi padri c cioè : P.Serafino e P.Felice della Prov. Romana, P. Lorenzo della Prov. Toscana, Fr Bonifacio (Prov. Romana) e Fr. Natale (Prov. Lombarda).

Con questo nuovo personale unito ai veterani e ad altri padri che il P. Ciuseppe aveva ottenuto dal possesso del suo ufficio in poi, cessata la guerra il Superiore potè riorganizzare le opere e dare nuovo sviluppo a tutta la Missione.

Per ciò che riguarda la nostra stazione di Biscerri, il collegio mashile aumentò di numero, gli interni arrivarono al numero di 96, inoltre si teneva una numerosa scuola maschile gratuita in paese, sempro diretta dai nostri padri, ed una forminile diretta dalle nostresuore. Al P. Giuseppe D’Arpino stava molto a cuore lo sviluppo del collegio di Biscerri.

Se avesse avuto mezzi adeguati, lo avrebbe fornito di attrezzature tutta moderna, ma intanto con mezzi limitati, coadiuvato dal P. Dionisio del B. Redento, superiore del collegio e dal P. Pietro dell’addolorata, formò un rispettabile corpe insegnate con professori indigeni e qualcuno europeo, e formulò un apprezzato programma di studi.

Gli alunni del collegio, dopo un solo anno di preparazione a Beirut, erano ammessi all’Università di S. Giuseppe.

Anche le Suore avevano il loro collegio feminile; le alunne furono una quarantina, di più avevano una numerosa scuola gratuita, asilo infantile, scuola di lavoro, farmacia ed ambulatorio.

Dalla stazione di Biscerri dipendeva una scuola maschile in Adcit, maintenuta della Missione.

 

La nuovo chiesa dedicata a S. Giuseppe ed aperta al culto nel 1911 ebbe una ufficiature ela frequenza del popolo andò sempre aumentando. Va qui notato che prima dell’inaugurazione della nuova chiesa, già aperto il collegio, fu adibita per cappella l’attuale salone.

Quantunque il collegio di S. Giuseppe non fosse ancora stato finito, i religiosi lasciarono Mar Sarkis nel Dicembre 1909 ed i primi ad abitare il nuovo convento furono : B. Brocardo della S. Famiglia e Fra Celestino.

Nel nuovo cammino intrapeso dalla Missione dal 1908 in poi, essa ebbe sempre delle noie e seccature da parte di agenti francesi e da libanesi simpatizzanti per la Francia. Talvolta bisognava camminare contro corrente; ci si paravano difficoltà da ogni parte.

In paese per diminuire l’importanza delle nostre scuole e per sottrarne gli alunni, si sprirono scuole maschili e femminili sovvenzionate dal Governo Francese.

Tra le noie e le tribolazioni, che i nostri padri ebbero a soffrire a Biscerri, fin dai primi giorni, del governo di P. Giuseppe D’Arpino, fu la questione dell’acqua potabile, condotta dalla sorente di Mar Simon fino alle adiacenze della scuola di Arida e da qui fino al convento.

Il Superiore della Missione aveva agito in perfetto accordo con chi di dovere, aveva attuate tutte le formalità possibili ed immaginabili presso il Municipio e presso le autorità. Con tutto ciò proteste, rumori, minaccie non mancavano, sia da parte del Rev. Antonio Arida, poi Vescovo maronita di Tripoli e nel Gennaio 1934 Patriarca, sia da altri privati.

Il R. P. Giuseppe D’Arpino cercò di persuadere tutti i nostri avversari; vi era però un altro intoppo e in un primo tempo non si sapeva da qual parte veniva, ma cerca... e fruga ... finalmente si seppe che le ultime opposizioni venivano da un capo della famiglia Fakri, non perchè egli fosse contrario che si desse l’acqua al convento, ma perchè tutti i capi del paese erano stati sollecitati del loro appoggio, mentre egli era stato lasciato da parte.

Il Superiore, conosciuta la cosa, si affrettò a far visita al Sign. Fakri, gli parlò dell’acqua... domandò il suo appoggio, che fu subito concesso e cosi, dopo fatiche, questioni, bahscisc, la questione ebbe fine.

In riconoscenza dei favori ricevuti dalle famiglie Fares, Saine, e Sciueiri, il P. Giuseppe concesse loro l’uso dell’acqua, che superava le necessità del personale della nostra stazione.

III

Nel grandioso programma, formulato dal P. Cirillo, figurava, tra i punti principali, la cura e la formazione di giovani aspiranti alla vita del Carmelo.

Non risulta che nei decenni precedenti si siano coltivate le vocazioni religiose nella nostra Missione. Anche dando uno sguardo a tutta la vita della Missione non apparisce che i nostri antichi missionari abbiano lavorato in tale senso, e quindi la Missione di Siria non ha mai numerato tra i suoi figli, confratelli indigeni, forse ad eccezione di qualche raro caso. Era redicata la convinzione tra i nostri antichi padri che gl’indigeni non potevano riuscire alla nostra vita, per le austerità che essa presenta.

Però coll’andare del tempo tale pregiudizio scomparve. Si cominciò a raccogliere vocazioni nella nostra Missione di Bagdad con consolanti successi. Fra i confratelli indigeni di tale Missione merita una speciale menzione il R. P. Anastasio di S. Elia, ottimo religioso ed orientalista di fama mondiale, rappresentante dell’Irak Accademia Egiziana e membro ascoltato e stimato di varie accademie europee Nel giro di pochi anni la Missione di Bagdad ebbe quattro padri indigeni.

Il P. Cirillo, incoraggiato da tale successo, fondò al “Sacrifizio” una scuola apostolica (collegino) per aspiranti indigeni; il primo nuoleo fu preparato dal P. Giuseppe D’Arpino in Cobaiath, inviando al Sacrifizio tre alunni di quella nostra scuola.

A questi tre se ne aggiunsero altri, poi un nuoleo di giovinetti maltesi; maestro del Collegino fu nominato P. Giuseppe D’Arpino.

Stante la ristrettezza dei locali del piccolo convento del Sacrifizio, il Collegino fu diviso in due sezioni : una, formata da ragazzi piccoli, rimase al Sacrifizio, un’altra,comprendente i ragazzi più grabdi, fu stabilita al Carmelo.

Quali i frutti del Collegino fondato dal P. Cirillo? Quattro padri, di cui uno appartenente alla Missione di Mesopotamia e tre alla nostra Missione di Siria.

Nel 1913 il P. Giuseppe D’Arpino Superiore Apostolico di questa nostro Missione, stabili una scuola apostolica nel nostro collegio di Biscerri : i ragazzi erano 12, otto italiani e quattro indigeni.

Nel Gennaio del 1915, causa il prossimo intervento dell’Italia nella conflagrazione mondiale, il collegino fu chiuso; i ragazzi indigeni tornarono in famiglia, quelli italiani furono raccolti nel nostro convento di Montecompatri, da qui, aumentati di numero, furono trasferiti a Monza, poi a Roma in S. Maria della Vittoria, in fine a Monte Virginio, dove, nel 1919, in numero di quattro, con altri postulanti della Prov. Romana, vestirono il nostro S. Abito.

Il collegino, fondato a Biscerri dal P. Giuseppe D’Arpino, ha dato all’Ordine quattro sacerdoti, ed oggi tre di essi lavorano nella nostra Missione, mentre il quarto è in Provincia Romana.

Siccome nell’estensione di questememorie e precisamente nella Parte III accorrerà fare dei nomi, è bene precisare che i tre padri missionari indigeni, frutto del collegino, fondato da P. Cirillo al Sacrifizio, nel 19913, finito il corso di filosofia al Carmelo, furono trasferiti a Cobaiath ed emisero i voti solenni. Essi sono : P. Michele di S. Elia, P. Gabriele dell’Annunziata e P. Raffaele di S. Giuseppe.

Nel Programma di lavori e costruzioni, elaborato dal nuovo Vio; Prov. E Superiore Apostolico P. Giuseppe D’Arpino, subito dopo la sua nomina, figurava la definitiva sistemazione delle nostre Suore di Biscerri. Esse occupavano provvisoriamente l’ala a ponente del collegio di S. Giuseppe, ma si sentiva la necessità, sia da parte dei padri, come da parte delle Suore, di affrontare il problema, onde dare a queste una decorosa abitazione, Il R. P. Giuseppe, di pieno accordo coi Consiglieri della Missione : P. Stanislac del S. Cuore e P. Brocardo della S. Famiglia, nel 1909 acquistò un tratto di terra sotto la proprietà di Mansur Atrach “un area di circa m. Q. 600” e ci gettò le fondamenta di una grandiosa costruzionem da servire per l’abitazione delle Suore, Scuola Femminile, Internato, Asilo Infantile, ecc.

Alcuni capidel paese, d’accordo col Mudir Nagib Bey, avevano deciso, non si sa con quale autorità, nè in base a qual diritto, che la futura strada per i Cedri doveva passare proprio dove i Padri avevano iniziato la detta costruzione. Pare che detti signori avessero stabilito di non ostacolare i Padri, sia nelle pratiche dell’acquisto del terreno, sia negli inizi della costruzione, ma di adoperarsi con tutte le forze ad impedire la continuazione della casa, quando questa avesse raggiunta una certa altezza. Difatti nella primavera del 1911, quando la fabbrica aveva raggiunta circa due metri di altezza, sorsero gravi difficoltà da ogni parte. Soldati armati impedirono agli operai di continuare i lavori, insultarono e minacciarono l’assistente, il R. P. Pier Luigi Moretti. Di fronte alle ripetute domande chi avesse dato tale incarico ai soldati, non si potè trovare il vero responsabile. La minaccia a mano armata, fatta a P. Pier Luigi, suscitò sinistre impressioni nel paese e grandi indignazioni nel collegio. Il Superiore P. Dionisio del B. Redento, accompagnato dal Prof. David Dayk e da altri religiosi, protestò energicamente davanti allo Chauich, domandò a più riprese chi avesse dato l’ordine della sospensione dei lavori ma non ebbe nè risposta, nè soddisfazione alcuna. Isoldati avevano la consegna di non fare il nome del comandante, quindi essi intimidirono, allontanarono gli operai e se ne tornarono in caserma.

Intanto il P. Dionisio inviò a Tripoli un Padre del collegio, accompagnato dal Prof. David Dayk, onde riferire al P. Giuseppe tutto lo accaduto. Il Comm. Tosti, Console Generale d’Italia in Beirut, conosciuta l’audacia e la tracotanza del Mudir di Biscerri, fece le più energiche proteste presse il Walì di quella città, chiedendo soddisfazione e riparazione. Pochi giorni dopo il Mudir Nagib Bey fu deposto, in sua vece funominato Aziz Bey. I padri furono sollecitati a riprendere i lavori della fabbrica; si rimisero infatti subito all’opera, e la casa fu così coperta nel 1914. Scoppiata la guerra mondiale, i nostri missionari dovettero abbandonare la stazione di Biscerri; e da periodo 1915-1918 la nuova casa, quantunque non ancora finita, u adibita talvolta a caserma, con grande danno della costruzione stessa. Fortuna che essa mancava di pavimento, di intonaco, di alcune riparazioni, di rifinitura di ripulitura interna. Tutti questi lavori furono ripresi dal nuovo Superiore Apostolico P. Giuseppe M. di S. Simone Stock (Fraschetti), ed ultimati nel 1926, con una spesa di circa 120 mila lire italiane. Nello stesso periodo, e precisamente nell’anno 1926, fu acquistato un tratto di terreno adiacente alla casa in parola con una spesa di Lit. 15 mila. Nel settembre del 1926 si unaugurò la Cappella interna del nuovo stabilimento, subito vi si stabilirono le Suore e nel seguente Ottobre vi cominciò a fiorire una numerosa scuola femminile, asilo infantile, scuola di lavoro e scuola di musica. Più tardi, nella nuova sede delle nostre Suore missionarie, si costituì un numeroso gruppo di Figlie di Maria; e per dare sempre più sana e più completa educazione alle bambine e signorine di Biscerri e paesi limitrofi, alle dette opere si aggiunee scuola di pittura e di taglio.

Nel 1913 la Missione ebbe altri operai del Vangelo dalle nostre Provincie d’Italia, e tra questi vi fu il P. Giuseppe M. di s. Simone Stock, alunno della Prov. Romana. Questo giovane Padre, al suo arrivo, fu assegnato al nostro collegio di Biscerri, e gli fu affidata la formazione e l’insegnamento dei tre studenti indigeni, Fr. Michele, Fr. Gabriele e Fr. Raffaele, ai quali si aggiunse uno studente della Prov. Toscana, Fr. Serafino di S. Teresa.

Nella’anno scolastico 1913-1914 il P. Giuseppe M. fu nominato Superiore dekka nostra atazione di Cobaiath; egli vi si recò coi tre studenti indigeni, e tutti rimasero colà fino a poco prima dell’entrata dell’Italia nella conflagrazione mondiale.

V

I Carmelitani Scalzi nei tre secoli trascorsi in questa regione del Libano Nord, colla loro vita, con il loro sacrifizio e col loro eroismo, hanno scritto un vero poema, poema intessuto di canti di amore : amore verso Iddio al cui servizio si crano consecrati, amore verso il prossimo, per la cui salvezza e per il cui benessere essi avevano spontaneamente lasciato famiglia, amici, patria. Isegni e le manifestazioni della sublime dedizione che i Carmelitani hanno avuto per il bene del popolo, sono innumerevoli. Già la continua loro presenza in questa regione alpestre, quando la maggioranza delle famiglie agiate va a passare l’inverno altrove, è uno dei tanti segni dei sacrifizi che i Carmelitani fanno per il bene del popolo. Il pulpito, il confessionale, l’altare, la cattedra sono tante palestre nelle mani di missionari, in cui la carità cristiana si fortifica, si dilata, si raffina; e sono tanti i campi in cui essa carità diffonde i suoi inesauribili tesori sui bisognosi : associazioni, confraternite, circoli, conferenze, pybbliche e private, sono altri olezzanti fiori e squisiti frutti della fiorita carità carmelitana.

Il popolo da che i missionari Carmelitani sono inquesta plaga da circa trecent’anni, per il suo bene, per elevare sempre più e sempre meglio i livello morale ed intellettuale dei suoi figli; ed all’occorenza i Padri sanno affontare sacrifizi che richiedono eroismo. Il popolo sa che non una sola volta i missionari carmelitani sonostati larghi di soccorsi verso humerose famiglie povere, quando la grande quantità di neve impediva di uscire di casa; e senza tali generosi aiuti che sa quante povere persone sarebbero forse morte di fame. Ricorda il buon popolo le medicine gratuitamente dispensate, le medicazioni caritatevolmente apprestate; insomma il popolo conosce molto bene che se nel mondo vi sono uomini che osservano e che compiono le opere di misericordia, spirituali e copporali, questi sono sopratutto i missionari. Il popolo di Biscerri ricorda, con comossa gratitudine, l’opera svolta dai nostri. Paddri nel 1912, quando liti furibonde dividevano il passe in due campi opposti. Uomini armati militarmente, formavano due fazioni, i cui litigi prendevano proporzioni sempre più vaste e paurose.

Un giorno il crepitio della fucileria richiamò, più che mai, l’attenzione dei nostri Padri. Si era ingaggiata tra le due parti una vera battaglia. Nessuna persona influente della regione poyè ridurre i contendenti a più miti consigli. Il P. Dionisio del B. Redento, superiore del collegio, accompagnato da alcuni Padri, sprezzante del pericolo della proprio vita, si portò sul luogo dove più furibonda si svolgeva la mischia. Già si lamentva qualche morto dall’una e dall’atra parte, alcuni feriti giacevano per terra chiedendo aiuto: il P; Dionisio,mite e bene amato dalla popolazione, rivolse parole talmente efficaci che tutti, ancora furenti di odio, deposero le armi e commosi dalle dolci parole del perdono cristiano, pronunziate dal missionario, i capi si strinsero la mano, si abbracciarono ed imposero ai loro amati di tornare alle loro case e di portare in seno delle loro famiglie parole di perdono e di pace.

L’atto caritatevole, umanitario ed eroico dei nostri missionari fu altamente apprezato ed encomiato dalla S. Congregazione di P. F., dalla Delegazione Apostolica di Beirut, dal Patriarcato Maronita e dal Governatore del Libano.

 

PARTE III

LA GUERRA MONDIALE

I

Dal primo al 15 Agosto 1914 si abbattè sulla terra un flagello così spaventoso che la storia dei popoli non ne aveva mai registrato uno uguale.

Ipopoli, dimentichi di Dio e del Vangelo, erano fatalmente guidati da falsi principi e d dottrine dissolvitrici che avevano minato l’umana società e finalmente la sconvolsero nei suoi stessi cardini collo scoppio dell’immane incendio, che gradamente avviluppò nei suoi vortici tutta la terra.

Tutti ebbero a soffrire gravemente durante e dopo la spaventosa guerra mondiale. Sulle terre d’Oriente la bufera fu, forse, più tremenda che altrove. Vi fu quei veramente “peste, fame e guerra”.

Ma riprendiamo il filo del nostro racconto. Tra le forme di apostolato escercitato dai nostri Padri, l’esemplare ufficiatura della chiesa occupava il primo posto.

Nella nuovo chiesa di S. Giuseppe il popolo si era già abituato a gustare belle funzioni, sapeva già apprezzare ed ammirare, in qualche modo, le moraviglie della liturgia latina, Le solenni ricorrenze dello anno portavano al sacro tribunale della penitenza ed al Banchetto Eucaristico vère moltitudini. Grande frequenza si notava sempre nelle solenni funzioni; però tra le solennità, quella del Natale era particolarmente cara ai Biscerrani. La ricorrenza del Natale cristiano causa dovunque un soffio di santa letizia, accende un’ondata di puro entusiasmo, fornisce un apporto di sincero gaudio spirituale. Il presepio del nostro collegio con i canti divini ed i suoni della mezza notte cagionava gaudio, entusiasmo, lirismo. I nostri Padri col loro ricercato od apprezzato ministero sapevano far vibrare le più intime corde dell’anima di questo popolo orientale e sapeva farne scattare le più rocondite molecole del cuore, di fronte alla ricorrenza delle feste più belle dell’anno, dell’anno liturgico.

Ma, ahimé!... il Natale del 1914 doveva invece apportare al nostro collegio tristezza ed angoscie. L’incendio in Europa divampava sempre più e già l’Italia si preparava a scendere in campo a fianco dell’Intesa (Inghilterra, Francia, Russia) contro gl’Imperi Centrali (Germania ed Austria), e quindi anche contro la Turchia.

Il R.P. Giuseppe D’Arpino, prevedendo complicazioni e pericoli di ogni sorta, di intesa colle autorità italiane, decise di chiudere il collegio di Biscerri. Così il 24 Dicembre del 1914 si chiuse questo collegio che era costato fatiche, sacrifizi, lagrime... si, licenziò il corpo insegnante, si chiusero le scuole gratuite che la Missione teneva aperte in paese; la stessa sorte toccò al collegio convitto femminile, diretto dalle nostre Suore Carmelitane di Campi Bisenzio.

II

Il 1º Gennaio 1915 da Tripoli di Siria s’imbarcarono sul Bisagno missionari e missionarie carmelitane con un gruppo di otto collegiali postulanti per far ritorno in patria.

Era questa il primo tremendo colpo che la nostro povera Missione riceveva per lo scoppio della guerra europea. Fu una terribile bufera che schiantò e quasi distrusse il lavoro tenace, paziente, promettente, impostato ed eseguito, in un sessennio, dal R. P. Giuseppe : tutte le fiorenti opere della Missione furono paralizzate, il suo personale sbandato, la suo vita ed il suo avvenire compromessi. Nel Gennaio del 1915 la nostro Missione contava 14 Padri, tre studenti indigeni, otto fratelli conversi e 20 Suore Teresiane di Campi Bisenzio; personale questo bene addestrato al tenore di vita ed al genere di lavoro, vigente in Missione.

Nei primi mesi del 1915, adunque, tale personale tornò quasi tutto in Italia; però alcuni religiosi rimasero in Siria e Libano a guardia delle nostre stazioni. Il R. P. Brocardo della S. Famiglia rimase in Alessandretta, ove per tutta la duraa della guerra mondiale esercitò l’ufficio di parroco di quella nostra parrocchia latina; egli potè restare industurbato colà, perchè munito di passaporto austriaco. A Cobaiath rimase di sua spontanea volontà il P. Benedetto di S. Maria, che poi da gente del paese fu accusato alle autorità turche, quindi così vergognosamente tradito, fu tradotto in prigione, prima a Tripoli, poi, deferito al tribunale militare di Beirut, qui fu condannato a morte, ma fu miracolosamente salvato ed inviato in esilio a Conia (Anatolia). Alla nostra residenza di Tripoli fu assegnato lo studente indigeno Fr. Michele di S. Elia. A. Biscerri rimasse fino al Maggio 1915 il fratello converso Fr. Celestino con due studenti indigeni : Fr. Gabriele e Fra Raffaele.

Il collegino della Missione contava otto ragazzi, ai quali dopo poco se ne aggiunsero altri; in un primo tempo fu stabilito a Monte Compatri (Roma), poi fu trasferito a Monza, in fine a Roma, nel convento di S. Maria della Vittoria, però i collegiali seguivano i loro studi nel Collegio Massimo dei Padri Gesuiti.

Un gruppo di religiosi missionari e cioè P. Filippo, P. Lorenzo, Fr. Innocenzo e Fr. Angelo, in un primo tempo fu inviato presso i nostri Padri di Barcellona (Spagna) per avere la cura spirituale della fiorente colonia italiana di quella città.

Altri nostri missionari furono chiamati alle armi, mentre un nucleo di veterani, con a capo il R.P. Giuseppe D’Arpino, nei primi tempi della guerra seguivano col pensiero, incoraggiavano colla parola le sparse membra della Missione, pregando Dio di porre fine all’immane flagello e di accelerare il giorno della risurrezione della Missione stessa.

III

Col personale imbarcatosi sul “Bisagno” il 1º Gennaio 1915, dovevano partire anche i tre studenti libanesi Fr. Michele, Fr. Gabriele e Fr. Raffaele. Per un grave ostacolo frapposto improvvisamente dalle autorità turche di Halba (Akkar) essi non poterono raggiungere i loro confratelli, quindi furono costretti per forza maggiore a rimanersene nel Libano per tutta la durata della guerra, dando così origine ad una odissea delle più impressionati e menando un tenore di vita, nel Due primi anni di guerra, quanto mai pensose e compassionevole.

Prima che i nostri Missionari partissero per Cobaiath, verso la fine di Dicembre 1914, pare che il Caimacan di Halba fosse stato avvertito che tra i religiosi in partenza vi erano giovani soggetti alle armi e sudditi ottomani, perciò, quando la comitiva passò per Halba, fu fermata da soldati turchi ed introdotta presso il Caimacan. Questi licenziò subito i religiosi italiani e trattene a sua disposizione i tre studenti libanesi, i quali rimasero ad Halba per tre giorni presso il Muktar del luogo. Il P. Stanislao intreccialagli, che si trovava a Tripoli, venuto a conoscenza dell’incidente, fece premurosi passi, appoggiato in ciò dal Console Italiano, presso il mutarif per la liberzione dei tre studenti. Dopo tre giorni, questi, accompagnati da soldati turchi, furono condotti al Serraglio di Tripoli, in presenza del Mutzarif. Il console Italiano Cav. Alberto Tuozzi potè ottenere da questo funzionario turco, simpatizzante per l’Intesa, la libertà per i nostri tre studenti, i quali rimasero a Tripoli fino ad Aprile 1915.

Va qui notato che questi tre confratelli avevano ricevuto gli Ordini Minori nella nostra chiesa di Cobaiath dalle mani di Mons. Frediano Giannini, Delegato Apostolico della Siria e Libano. Essi, quindi, erano così iniziati agli Ordini (minori) Sacri; e poi sapevano benissimo che nell’eseroito turco i soldati oristiani erano insultati e maltrattati dai soldati musulmani, perciò nella dominazione turca (come tutti i Cristiani d’Oriente) vedevano una vera oppressione, per cui i cristiani (in gran parte) mettevano in moto qualsiasi progetto, pur di esimersi dal servizio militare. Lo studente Fr. Michele era libero da tale obbligo, perchè la sua classe non era ancora stata chiamata alle armi, perciò questi rimase nel nostro ospizio di Tripoli per tutta la durata della guerra. Quando egli non trovava altri mezzi per procacciarsi il sostentamento alla vita, dava lezioni private di lingua francese.

Il R. P. Stanislao prima di partire per l’Italia, consegnò al nostro procuratore di Tripoli, Sign. Dabliz, musulmano, ma molto affezionato alla Missione, una buona somma di lire turche oro, da distribuire periodicamente ai nostri tre confratelli indigeni. Il procuratore fu fedele, consegnò, infatti, fino all’ultime centesimo. Ma siccome nessuno poveta prevedere la lunga durata della guerra, tale somma, come vedremo, fu insufficiente ai bisogni dei tre giovani studenti, per cui dovettero menare vita stentata.

Il Console Italiano Alberto Tuozzi si era fatto garante presso il Mutzarif per la continuata presenza in Tripoli dei due studenti Fr. Gabriele e Fr. Raffaele, la cui classe era già stata chiamata alle armi. Partito il Console Tuozzi nell’Aprile del 1915, i nostri studenti pensarono bene di guadagnare la montagna e si rifugiarono a Biscerri. Fra Gabriele andò a Mar Sarkis con un postulante converso di Bakafra e Fr. Raffaele a S. Giuseppe con Fr. Celestino. Questa situazione durò circa due mesi.

Nel Maggio del 1915 anche il fratello converso Fr. Celestino con qualche altro missionario presero la via della patria, così i nostri due giovni studenti rimasero soli. In paese vi era un sacerdote maronita, che per alcuni anni era stato procuratore del collegio; per rispetto al sacro caratterre si omette qui il nome, perchè pare che egli non vedesse di buon occhio la presenza dei due studenti, custodi delle nostre cose di S. Giuseppe e di Mar Sarkis, perciò, si dice, che il Sacerdote dehunziasse entrambi alle autorità turche onde obbligarli al servizio militare per poi assumersi egli stesso l’ufficio onorifico e redditizio di guardiano delle nostre proprietà.

Certo è che il Mudir di Biscerri, Hibrahim Bey, ebbe l’orsine dalle autorità turche di Tripoli di far ricerca dei due renitenti e di inviarli alle autorità militari. Il Mudir, buon maronita ed amico della Missione, prevenne i due studenti e consigliò loro a fuggire. Ai due confratalli premeva di non allontanarsi, per allora, dalla montagne, per più ragioni, non ultima quella del vitto. Il convento di S. Giuseppe era fornito di tanti generi alimentare, quindi rimanendo essi nelle adiacenze di Biscerri, avrebbero potuto prelevare dal convento il necessario al loro sostentamento. Pensarono, perciò, di ritirarsi nel cicino convento di Mar Liscia, ove furono accoli fraternamente dai monaci maroniti, ma a condizione che si procurassero il vitto da essi atessi.

Per allontanare qualsiasi sospetto i per cancellare qualsiasi traccia i nostri giovani cambiarono abito; Fr. Gabriele si vestì da mpnaco maronita e Fr. Raffaele da prete dello stesso dito. Essi poterono rimanere così cisea due mesi in una rlativa calma, ma, pare, che il sacerdoto ex-procuratore li denunziasse una seconda volta, per allontanarli dalle adiacenze di Biscerri, per essere libero di mettere le mani sui beni del collegio.

Il Mudir Ilibrahim Bey ancora una volta avvertì i due profughi di salvarsi, di fuggire, di nascondersi... Ripararono in un convento di monaci maroniti chiamato “Dher Hub”, localitù distante da Dimen circa tre ore, ma colà un altro guaio li attendeva. Un renitente di leva, inseguito dai soldati, si era rifugiato in detto convento : i soldati lo rintracciarono e lo uccisero. Il paese vicino al convento, cui apparteneva il morto, vedndo erroneamente nell’uccisione del disgraziato la complicità dei due religiosi, insorse contro i monaci. Il convento fu invaso ed i suoi pacifici abitatori maltrattati, minacciali, o quindi anche i nostri due profughi ebbero la loro parte... L’indomani, inviati dalle autorità giudiziarie, tutti i monaci maroniti dovettero presentarsi al tribunale di Batrun ed i nostri presero la strada del conventò di Mar Liscia, per poi proseguire subito per Mar Jacub, seminario e sede estiva del Voscovo maronita di Tripoli. Fr. Michele aveva infatti ottenuto dal Vescovo Mons. Arida di dare ospitalità, in detto seminario, ai due compagni. Dopo circa due mesi di degenza a Mar Jacub. Il Vescovo chiese ai due confratelli un aumento di retta... Chiedere più del possibile ai due poveri giovani che stentavano la vita?... Non avrebbe fatto meglio Mons. Arida a trattechere nel suo seminario i due confratelli per tutta la durata della guerra, e, poi, al ritorno dei Superiori della Missione, chiedere loro congruo compenso? Ma... no. Egli prefei di insistere sul dilemma: o aumento di retta o fuori del seminario.

E così incontriamo ancora raminghi ed esuli i nostri due giovani fratelli in cerca di scampo...e di pane ... Ma dove andare? Andarono, anzi tornarono a Tripoli, presso il loro compagno Fr. Michele. La spada di Damocle, pronta a cadere da un momento all’altro dalle mani delle autorità turche, pendeva sempre sulla loro testa; e perciò, incredibile a dirsi, essi, in Tripoli, rimasero chiusi per undici mesi, in una cameretta, priva di luce sufficiente e di ogni necessaria comodità, nella casa di Curi Antonio Add, di nostro proprietà, attigua al nostro ospizio. Chiusi in una camera per undici mesi !... E poi furono sempre sicuri? Per ben due volte i gendarmi turchi, sanguinari e feroci per natura, ora perchè in cerca d’un disertore, ora perchè in cerca di ebi sa quali documenti, visitarano e rovistarono accuratamente la casa Abd. Fortunatamente, anzi miracolosamente, essi non pensarono di entrare nella cameretta e di catturarvi i due mal capitati. La Missione deve un senso di riconoscenza alla famiglia Abd per il grave rischio e per il serio pericolo in cui essa si era messa nel dare ricetto nella loro abitazione ai nostri due confratelli.

Dopo undici mesi di un tenore di vita non più sostenibile, Fr. Gabriele andò a Cobaiath, Fr. Rafafaele venne a Biscerri, e così rimasero relativamente tranquilli fino al ritorno della prima pattuglia di missionari, composta da P. Pietro, P. Dionisio e Fra Celestino.

Finalmente, dopo un anno trascorso qui a Biscerri, nell’autanno del 1920, il mese di ottobre, tutte tre 1 nostri studenti indigeni Fra Michele, Fra Gabriele e Fra Raffaele fuono inviati al Carmelo per le sacre Ordinazioni. Così ricevettero il Suddiaconato ed il Diaconato a Gerusalemme, ed il Sacerdozio nella Basilica del S. M. Carmelo, il 10 ottobre 1920, dalle mani di Mons, Luigi Barlassinam Patriarca Latino di Gerusalemme.

Da quel giorno in poi il P. Michele rimase a Caifa, in qualità di curato latino di quella nostra parrocchia, mentre P. Gabriele e P. Raffaele andarono a Roma, nel nostro convento di S. Maria della Scala, per frequentare l’Istituo Orientale, e nel Settembre del 1921 tornarono in Missione.

IV

Il Reverendo ex-procuratore del collegio, secondo quanto affermano alcuni uomini del paese, essendo riuscito a far allontanare da Biscerri e località vicine Fra Gabriele e Fra Raffaele; rimase libero di disporre di Mar Sarkis, come meglio gli parve. Anzi, per essere egli più libero, si dice che in paese morisse in quel tempo una persona affetta da tifo, ed il Reverendo fece sepellire il cadavere in quella nostra proprietà; e così, per parecchio tempo nessuno andò più a Mar Sarkis, per timore di contagio.

Per ciò che riguarda il collegio di S. Giuseppe pare che detto curato si mostrasse molto zelante nel custodire la roba dei Padri: fu talmente zelante che, a quanto raccontano alcuni amici dei Padri, egli ebbe l’amabilità di portare a casa sua molti letti, biancheria, stoviglia, ecc. ecc. Se mai, ogli, però, non fu solo a prendere in custodia articoli appartenenti ai Padri ed alle Suore, dimenticando, poi, disgraziatamente, di farne le debite restituzioni a tempo e luogo. Fu anche riferito ai Padri che un rispettabile Bey del passe abbia provveduto le sue numerose figliuole di abbondante corredo di biancheria appartente alle nostre. Suore. Insomma chi più e chi meno, che parecchie persone, approfittando dell’assenza dei religiosi, abbiano datato la propria casa di corredo di blancheria e di masserizie in abbondanza. Però, con un po’di corraggio, nell’immediato dopo-guerra, molti articoli avrebbero potuto essere ricuperati, ma i religiosi preferirno di vivere in pace con tutti, sperando che le persone in possesso della roba del convento, stanchi omai dell’usa fattone,,, spontaneamente e pacificamente la restituissero.

Certo è che il collegio maschile e feminile erano ben forniti di tutto il necessario, prima della guerra; ed è parimente certo che al ritorno dei religiosi in questa stazione di Biscerri, trovarono i due collegi completamente vuoti.Achi la colpa ? Secondo alcuni, da informazioni raccolte in passe, quasi tutta la colpa ricadrebbe sui gendarmi turchi, che per un certo tempo occuparono il collegio, secondo altre ipossi, raccolte dalla bocca di alcuni vecchi missionari, lo svaligiamento del collegio andrebbe imputato ad alouni tipi biscerrani. Per parecchi masi, adunque, il piano superiore del collegio fu adibito ad ufficio del Mudir del paese ed a caserma per i gendarmi turchi, mentre nel piano inferiore fu allestita una scuola per fanciulli, voluta dalle autorità turche. Fortunatamente il fratello converso Fra Celestino, prima della partenza per l’Italia, aveva consegnato molti arredi sacri ad alcune famiglie del paese, tra le quali la famiglia Saine; altri arredi con arnesi da lavoro ed oggetti vari potè nascondere in angoli remoti del nostro fabbricato. Così al ritorno dei Missionari nel Gennaio del 1919, questi, pur addolorati per aver trovata la casa devastata e vuota, furono però lieti di aver ritrovato, in buono stato, molti arredi sacri, onde celebrare i divini misteri.

Va qui ricordato che, dopo qualche tempo il ritorno dei padri, furono restituiti al convento alcuni letti ed altre cose di poco valore. Ciò, in verità, fu quesi nulla di fronte alle cose irrimediabilmente perdute da questa nostra stazione di Biscerri, durante la guerra mondiale 1º Agosto 1914 – 11 Novembre 1918.

V

Nel primo anno di guerra il P. Giuseppe D’Arpino ed il P. Stanislao, trovandosi a Roma, spinti dal desiderio di tenere tutto il personale della Missione unito, dtudiarono un progetto, che se avesse avuto attuazione, saebbe stato di grande giovamento alla Missione stessa. Essi, adunque, stabilirono di domandare al Ministero della guerra, per mezzo del Segratrio Henerale dell’Associazione Nazionale per sccorrere i missionari all’estero, d assegnare al personale della Missione Carmelitana della Siria un ospedale militare, nel quale i missionari, tutti insieme, avrebbero prestato servizio, qualcuno in qualità di cappellano e di aiuto-capellano, altri come infermieri, altri come aiutanti di sanità, mentre alle Suore missionarie sarebbero stati assegnati uffici adatti alle loro disponibilità. Il progetto era bello, ma ultrò contro serie difficoltà, perciò naufragò.

Fin dai, primi mesi del conflitto italo-austriaco il Sen. Ernesto Schiapafelli, Segretario Generale dell’Associazione Nazionale, aveva ottenuto dal Ministero della Guerra un privilegio in favore dei giovani tenuto dal Ministero della Guerra un privilegio in favore dei giovani studenti (aspiranti missionari) delle nostre provincie italiane, In di tale privilegio tutti i giovani aspiranti missionari potevano essereammessi, senz’altro, alla scuola Allievi Ufficiali di Modena. Però i nostri superiori maggiori consigliavano ai nostri giovani missionari, le cui classi erano già chiamente alle armi, di non usufruire di tale privilegio.

Nel 1916 il P. Giuseppe D’Arpino f chiamato alle armi; fortunatamente potè ottenere di restare a Roma e di poter cntrare a far parte del personale dell’Ufficio Centrale del Vescovo Castrense. Colle preziose amicizie che seppe incontrare e colla fiducia che seppe guadagnarsi, egli potè giovare a molto nostri confratelli, specialmente missionari, col farli nominare cappellani militari ed aiuto-cappellani. Così alla fine del 1916, dopo il ritorno dalla Spagna di tre confraelli, che si erano recati nei primi mesi del 1915, quasi tutti i nostri missionari, rimpatriati, erano chiamati alle armi.

Durante la guerra italo-turca la Missione, in verità, non aveva grandi spese da affrontare, perchè le sue scuole in Siria erano chiuse, le altre sue opere paralizzate e non era neppure possibile inviare da l’Italia soccorsi in denaro ai confratelli rimasti in Siria e nel Libano. Le spese vive che doveva sostenere il Superiore della Missione, erano quelle occorrenti per il mantenimento del collegino, di cui già si è parlato abbastanza in queste “Memorie” e che nel 1918 fu fuso con il Collegio Preparatorio della Provincia Romano, in Montevirginio. A tale scopo, per tutta la durata della guerra, il R. Governo Italiano dette un largo sussidio annuo.

Sul campo dell’onore la nostra Missione ebbe un suo eroe nella persona del P.Lorenzo (Barni) di S. Teresa, figlio della Prov. Toscana. Era venuto in Missione nel 1911; fu assegnato prima a questo collegio di Biscerri, poi fu nominato parroco latino di Alessandretta. Nel Gennaio del 1915 s’imbarcò per l’Italia, andò poi in Ispagna, a Barcellona, ove rimaso parecchi mesi; nel 1916 tornò in patria, fu chiamato alle armi ed arruolato nell’8º Sanità, fu inviato in zona di guerra, dove pochi mesi dopo morì per malattia contratta in servizio. Qualche anno più tardi la salma di questo pio religioso, zelante missionario e valoroso soldato, fu trasportata a Prato, sua patria, dove, dopo i solenni funerali celebrati nella Chiesa Carmelitana di S. Francesco, fu inumata accanto alle salme di altri eroi.

La Missionem durante la guerrra mondiale, ebbe a piangere la perdita di un altro suo figlio, Fr. Bonifacio di S. Teresa, nato a Ceprano, religioso professo della Prov. Romana. Era uomo di carattero quanto mai piacevole semplice, buono e laborioso. I missionari, unanimi, furono colpiti da profondo cordoglio e tutti furono larghi di copiosi suffragi verso la anima del pio, umile e laborioso fratello converso.

VI

Colla olgorante e strepitosa vittoria tutta italiana di Vittorio Veneto e coll’Armistizio di Villa Giusti del 4 Novembre 1918, cessarono le ostilità fra l’Austria e l’Italia. Tutti gl’ Italiani, degni di questo nome, gioirono e tripudiarono per il superbo trionfo dell’Armata Patria. L’Austria fu battuta definitivamente. L’Impero della Casa Asburgo, che aveva spadroneggiato in Europa per sevoli e secoli e che per tropo tempo “aveva unto a quest’osso le nordiche basette” (Giusti) rovinò sotto i colpi di maglio che l’Italia gli assestò ! Il superbo colosso andò in frantumi, perchè schiacciato dalla giovane Italia, sola su di un fronte munito da impervie insidie naturali, sola su di eroi, esuberante di vita, inebriata di gloria.

Scritta così la pagina più brillante dell’epopea nazionale, raggiunti i giusti e naturali confini della patria ed acquistato il respiro più sicuro e più ampio, g l’Italiani fieri ed entusiasti tornarono a riprendore il loro abituale tenore di vita dell’ante guerra; tornarono ai loro campi, alle loro officine, ai loro affari....

Subito dopo l’adrmistizio, il R. P. Giuseppe D’Arpino iniziò pratiche per inviare quanto prima un drappello di religiosi in questa nostra missione di Siria.

Tutti sanno che il R. Governo Italiano aveva inviato in Palestina, alle dipendenze del Generale inglese Allemby un reggimento di bersaglieri, i quali dovevano rappresentare l’Italia nella presa di Gerusalemme, come difatti avvenne. Va qui ricordato, come si è detto precedentemente, che i nostri missionari in Italia erano quasi tutti soldati, quindi inviare subito in Siria un gruppo di nostri confratelli non era possibile, perchè le loro classi non erano ancora state congedate; e domandare l’esonero dal servizio militare richiedeva lunge protiche. Per accelerare facilitare la partenza di alcuni missionari, ancora soldati, il Ministero della Guerra permise a questi di partire per la Siria in divisa militare, e si fecero risultare come appartenenti al corpo di spedizione italiana in Gerusalemme. Il primo drappello dei nostri missionari, che in divisa militare si contentò a Napoli per rientrare nel suo campo di apostolato, era composto del P. Dionisio, P. Pietro, Fr. Celestino e P. Pier Luigi, ma questi, colpito da seria indisposizione, fece ritorno a Roma e quindi non tornò più in Missione.

Il piroscafo su cui viaggiavano i nostri confratelli, nelle acque di Cipro, fu sorpreso da violentissima tempesta: spaventosi marosi minacciavano di sommergere la nave. I nostri missionari ebbero la certa sensazione di essere inghiottiti da spaventosi gorghi, da un momento all’altro. Si confessarono, si rivolsero parole di conforto e di rassegnazione ed in cuor loro pregavano... e chiedevano aiuto all’Apostolo delle Genti, il quale nelle sue peregrinazioni aveva sperimentato quanto fosse difficile viaggiare in quelle acque infide. Ma, come Dio volle, tornò la bonaccia, l’orizzonte si rischiarò, il sole tornò a smlendere e la nave, in relativa tranquillità, ruprese a solcare le acque e dopo qualche giorno gettò l’ancora in visita di Tripoli.

Quale non fu il dolore e la tristezza dei nostri religiosi nel constatare le miserrime condizioni in cui era ridotto il nostro ospixio di Tripoli !...Letti, mobili, biancheria, arredi sacri, sacre suppellettili ecc. tutto era stato saccheggiato, tutto rubato. I migliori arredi sacri erano andati ad orhare e tappezzare le case di alcuni fanatici musulmani, mentre le pianete più preziose furono adattate come scendiletto da ufficiali turchi. Lo studente Fr. Michele assisteva a tanto scempio, senza poser proerire parola, forse pena la vita. Era pericoloso fare rimostranze, anche minime, ad agenti turchi. Del resto il il nostro confratello abitava presso la benemerita famiglia Abd.

Il nostro ospizio di Tripoli era stato adibito a scuola turca. Discepoli e maestri fecero a gara per distruggere ciò che era caro e prezioso per una stazione missionaria. I nostri padri di Tripoli, prima delle ostilità tra l’Italia e l’Austris, avevano lasciato qualche cosa in custodia presso la famiglia Abd; altri articoli erano stati nascosti negli angoli più remoti della nostra casa. Molti documenti del l’archivio ed altri registri furono chiusi, sigillati in stagne e sepolti, non troppo occulatamente, nell’orto adiacente all’ospizio. Cosi i ragazzi della scuola turca, istallata nella nostra casa, giocando e frugando nel cortile, scavarono le stagne, le aprirono e distrussero tutti i documenti che vi erano custoditi.

I P. P. Pietro e Dionisio, appena giunti nl nostro ospizio di Tripoli, si revarono subito in sacrestia, onde parasi a celebrare così, dopo tante perpezie, la santa Messa. Qui essi ebbero la prima dolorosa sorpresa : i sacri paramenti erano stati rubati. A stento riuscirono a trovare qualche cosa; trovarno infatti una vecchia pianeta rossa, una sdruscita stola bianca ed un ammuffito manipolo nero e con questi sacri indumenti, l’une dopo l’altro, celebrarono il divino Sacrifizio.

Il R. P. Pietro nella seconda metà di Aprile 1919, secondo ordini ricevuti dal Superiore della Missione, raggiunse la sua residenza di Cobaiath, dove trovò il nostro studente Fra Gabriele dell’Annunziata. Nello stesso tempo P. Dionisio e FR. Celestino vennero qui a Biscerri. Trovarono il collegio vuoto!... Dolore, sorpresa, indignazione, ma sopratutto furono dominati da rassegnazione e pazienza. Essi, giunti qui, in divisa militare, dietro esatte e precise indicazioni avute de amici della Missione, in verità avrebero poputo recuperare quasi tutta la refurtiva, ma il P. Dionisio, uomo di carattere mite e timido, preferì di attendere...Qualche giorno dopo ogli scese a Tripoli, da qui si trasferi in Alessandretta, in qualità di parroco latino.

Nel Maggio e nell’Agosto del 1919 altri gruppi di religiosi. Nel Settembre (1919) si ricostitui in questo nostro collegio una piccola communità, composta dal P. Bonaventura, P. Giuseppe Maria, dai tre studenti indigeni, da Fra Celestino e da Fra Michele.

VII

Nell’Aprile del 1920 si celebrò in Roma nella nostra Casa Generalizia (S. Teresa) il Capitolo Generale, in cui risultò eletto il nostro P. Luca di Maria SS. Ma, della Prov. Romana. La nostra Missione in quel capitolo fu rappresentata dal suo Superiore. P. Giuseppe della Vergine del Carmelo (D’Arpino). Il nuovo P. Generale, nell’ufficio di Procuratore Generale, ricoperto precedentemente per dodici anni, aveva dimostrato vivo interesse e paterno affetto per questa nosra Missione. Nelle acute crisi da essa attraversate, il P. N. Luca fu sempre largo di consigli, di direttive pratriche e di altri aiuti. Il P. Giuseppe sperava quindi una più larga comprensione dei bisogni della Missione da parte del nuovo Preposito Generale. Se non che, con meraviglia e stupore di quanti si interessavano delle cose Missione, il P. Giuseppe dette le dimissioni dal suo ufficio e queste furono accettate.

Il compilatore di queste memorie nn ha potuto sapere con precisione quali siano state le vere ragioni che motivarono tale dimissione. Da voci raccolte, pare che il P. Giusppe, spinto dal vivo desiderio di rialzare presto le sorti della Missione, così duramente provata durante la guerra mondiale e colpito dalla costatazione dei gravi danni subiti, pare dunque, che egli formulasse al nuovo Generale delle domande urgenti, chiedendo missionari, altri aiuti ed altri appoggi. Il nostro P. Luca non poteva aderire subito a tante richieste, mentre il P. Giuseppe, non sentendosi più il coraggio di affrontare le mille difficoltà che gli si paravano davanti, per riportare la Missione allo stato normale, si vide costretto a dare le dimissioni ed il N. P. Luca, a malincuore, s’indusse ad accettarle.

Ai missionari tutti dispiacque non poco vedere il P. Giuseppe D’Arpino abbandonare questa Missione, per la quale egli, con intelletto d’amore aveva consacrato i migliori anni della sua vita. Egli con la sua esperienza, con la sua fenimenale attività si era guadagnata l’ammirazione dei confratelli, il plauso e la riconoscenza del popolo tra cui si esplica il nostro apostolato missionario. La sua opera sagace svolta nella Siria e nel Libano fu altamente apprezzata ed encomiata dalle autortà italiane. Nel 1920 il R. P. Giuseppe D’Arpino, di motu proprio di S. M. il Re Vittorio Emanuele III, fu nominato cavaliere dell’Ordine Mauriziano.

Nel maggio del 1920 la nostra Missione ebbe il suo nuovo Superiore nella persona del R. P. Stanislao del S. Cuore (Intreccialagli). Questo zelante missionario non è nuovo ai lettori di queste memorie; di lui si è parlato nell’introduzione di questo volume e nel periodo turbinoso della guerra italo-turca. Era religioso colto, aveva frequentato per qualche anno la fcoltà teologica dell’Università Gregoriana (Roma).Era stato lettore di Teologia Dogmatica nel nostro convento di S. Silvestro in Montecompatri. All’eta di vendidette anni lo si voleva eleggere priore d’un convento della Prov. Romana, ma egli si rifiutò e preferì di venire in Missione, dove, gran parte dei suoi trent’anni di vita missonaria, trascorse nella residenza di Cobaiath. Era di carattere franco, schietto, leale. Di prim acchito incuteva timore, aveva modi piuttosto ruvidi, ma pui, tosto, si svelava la nobiltà dei suoi sentimenti e la bontà del suo gran cuore. Egli sapeva farsi rispettare, all’occasione sapeva imporsi alle autorità indigene, francesi ed italiane, Da più anni soffriva di male di cuore, perciò, quando gli fu comunicata la nuova della sua nomina a Superiore della Missione, fece subito noto ai superiori che la sua mal ferma salute non gli permetteva di addossarsi il grave peso del governo della Missione, in un tempo in cui vi era tutto da rifare. Però, per togliere d’imbarazzo i Superiori Maggiori, il P. Stanislao accettò il gravoso ufficio, avvertendo intanto di pensare alla sua sostituzione... Egli rimase in carica dal Maggio del 1920 al Novembre 1921.

In questo breve lasso di tempo, quantunque le pratiche per l’apertura delle scuole fossero già state avanzate ed ultimate dal P. Giuseppe D’Arpino, il P. Stanislao visitò le stazioni missionarie di Makri (Anatolia), in cui il P. Giuseppe aveva già inviato due Padri ed un fratello e quattro Suore, cosi cominciarono colà a fiorire scuola maschile, femminile ed ambulatorio. Tra mille difficoltà il P. Stanislao riusci ad aprire scuola maschile e femminile in Tripoli e stabilirvi le nostre Suore di Campi Bisenzio. Nell’anno scolastico 1919-1920 tutte le scuole della Missione ripresero, in parte, l’andamento promettente dell’ante guerra. P. Stanislao era di un carattere fiero, ccava di schiarire contese e lotte, ma quando per necessità di cose  per gl’interessi della Missione vi era indotto, il suo carattere battagliero riprendeva tutto il suo vigore e non si quietava fino a vittoria completa ed a trionfo finale. Però tali controversie fiaccavano sempre più la sua malferma salute, andando incontro così a gravi crisi cardiache tali da destare le più serie preccupazioni ai suoi intimi collaboratori. Nell’Ottobre del 1920 invitò al collegio orientale di Roma i due studenti indigeni Fra Gabriele e Fra Raffaele. Tanto intenso lavoro nel governo della Missione non gli impedì di accettare per parecchi mesi l’ufficio di Reggente del V. Consolato Italiano di Tripoli.

Il P. Stanislao era molto stimato ed apprezzato dal Sen. Ernesto Schiaparelli e con l’appoggio di questo sincero amico della Missione potè avere vari aiuti dal R. Governo Italiano, non ultimo un largo sussidio per la nostra stazione di Makri. Nel Dicembre del 1920 egli potè ottenere dal N. P. Generale alcuni padri della Prov. Romana : P. Egidio della S. Famiglia e P. Ermanno della Passione, Nel Settembre del 1921 raggiunsero questa Missione altri nostri confratelli : P. Stanislao dell’Assunta (Prov. Ven), P. Emanuele della Croce (Prov. Toscana), P. Bernardo di Maria SS. ma (Pov. Romana). Rientrarono in Missione, nello stesso mese di Settembre, i due studenti P. Gabriele e P. Raffaele, ai quali si aggiunse un sacerdote della Valle d’Aosta, Don Pietro Farinet. Con questo personale il Superiore della Missione potè dare maggiore impulso alle opere già ritornate in vita dopo il flagello della guerra mondiale e potè aprire qui in Biscerri il collegio e lascuola maschile e l’internato e scuola femminile. A superiore del collegio troviamo il P. Brocardo della S. Famiglia, coasiuvato dal P. Stanislao dell’Assunta, dal P. Raffaele di S. Giuseppe (indigeno), dal P. Emanuele della Croce. Alla piccola comunità vanno aggiunti i due fratelli conversi Fra Michele e Fra Celestino.

Nel 1920 il P. Stanislao fu nominato, di motu proprio da S. M. il Re d’Italia, cavaliere dell’Ordine Mauriziano.

Per la sua malferma salute, la quale destava in tutti sempre maggiore preoccupazione, egli si vide costretto a rinnovare le seu dimissioni, le quali furono accettate nel Marzo del 1921.

In quell’anno il personale della Missione risultava così composito: padri 16, fratelli 6, Suore Terziarie Carmelitane 20, Suore Zelatrici del S. Cuore a Makri 4. Le opere della Missione in pare avevano ripresa la loro vita ordinaria e nell’energico impulso dato dal Superiore Apostolico esse facevano sperare ad una prosperità sempre più promettente.

 

 

RESURREZIONE

I

Nell’immediato dopo guerra il P. Giuseppe D’Arpino, prima, ed il P. Stanislao, dopo, concentrarono tutti i loro sforzi per rialzare le sorti della nostra povera Missione, così duramente provata, durante la conflagrazione mondiale, ma far risorgere la Missione coi limitati mozzi, di cui essa disponeva, non era possibile in breve tempo. L’opera dei due venerati Padri, svolta in più di due anni, è un monumento di audacia e di instancabile opersità, ma per riportare le stazioni missionarie e le opere annesse a quella prosperità, ma per riportare le stazioni missionarie e le opere annesse a quella prosperità di prima della guerra, occorreva tempo...personnale e ... donaro.

Nel Novembre del 1921 fu nominato a Superiore della Missione il R. P. Giuesppe M. di S. Simone Stock (Franschetti). IL 16 Dicembre 1921 fu nominato Superiore Apostolico dalla S. Congregazione Orientale. Egli era nato a Ceprano l’8 Maggio 1889, vestì il nostro S. Abito a Monte Virginio, nella casa del S. Noviziato della Prov. Gomana il 16 Maggio 1904, l’anno seguente emise la Professione dei voti semplici, il 17 Maggio 1913 fu ordinato sacerdote; poco dopo raggiuse la nostra Missione di Siria. La nomina del P. Giuseppe M. fu accolta con unamine compiacimento e soddisfazione da tutti i missionari, perchè egli, negli ffici precedebtemente ricoperti e cioè maestro e lettore di studenti, superiore, quantunque per breve tempo, della nostra stazione di Cobaiath e di Tripoli e di procuratore della Missione, aveva dato prova di saggezza e di prudenza. Egli al principio del suo governo non apportò mutamenti nella compagine della Missione, ma ognuno continuò ad esercitare l’ufficio che ricopriva all’inizio dell’anno scolastico. Così in questa stazione di Biscerri continuarono a fiorire le scuole esterne, mentre l’internato maschile e femminile non davano nè soddisfazione, nè aperanza di migliori avvenire. La riapertura del collegia-convitto, sia maschile come feminile, fu un mero tentativo, perchè i superiori sapevano benissimo che, in considerazione del Mandato francese sulla Siria e Libano, la gioventù abbiente di Biscerri e paesi limitrofi, preferiva di frequentare collegio francesi e scuole di città. Il tentativo di riaprire i due internati si ripetè per tre anni consecutivi, sempre con scarso rendinemto, per cui si rinunziò all’idea definitivamente. L’ufficiatura di questa chiesa ricominciò gradatemente a riprendereil suo normale andamento, con soddisfacente frequenza di popolo.

Il P. Raffaele di S. Giuseppe, sinceramente amato da tutto il paese, negli anni 1922-23 riuscì a raccogliee numerose offerte in denaro, per fornire la chiesa di decorosi banchi. Appena attuato tale lodevolissimo intento, egli lanciò un appello ai Biscerrani per la costruzione d’un artistico e gradioso campsnile, da corredare, in un secondo tempo, di campane e di orlogio. Anche per questo scopo il P. Raffaele, aiutato da altri confratelli, raccolse molte offerte, le quali rappresentavano appena un quarto di fronte alla spesa globale del campanil e campane.

Nel 1923 il P. Brocardo della S. Famiglia, Superiore di questo collegio, stanco e di salute cagionevole, presentò le sue dimissioni; a suo successore fu nominato il P. Egidio della S. Famiglia (Prov. Romana). Questo nuovo superiore appoggiò il programma del P. Raffaele, lo aiutò efficacemente, raccogliendo, da parte sua, altre buone offerte, così nel 1923 si costruì sopra la facciata della chiesa il primo piano dello imponente campanile. Con altre offerte, raccolte in seguito, si costrui nel 1925, la cella campanaria e nel Settembre del 1926 due belle campane decoravano il campanile, ideato tre anni prima dal P. Raffaele e potuto terminare nel 1929, grazie ad un largo sussidio concesso dal R. Governo Italiano (circa 45 mila lire italiane).

II

Uno dei primi punti del programma del nuovo superiore della Missione fu quello di riaprire il piccolo seminario (o, come suolsi chiamare tra di noi, il collegino). Egli fu sollecitato a fare ciò dal segretario delle Missioni, P. Guglielmo di S. Alberto, ma la necessità di raccogliere e coltivare vocazioni indigene si imponeva per dare, dopo un ciclo di parecchi anni, alle nostre opere base, assetto e sviluppo più corrispondente al nostro apostolato. Il collegino si riapri, infatti, in 19 Aprile del 1922, nella nostra stazione di Cobaiath, a maestro fu nominato il R. P. Bernardo Maria SS. ma (Prov. Romana). Gli alunni del nuovo collegiono erano tutti indigeni; i primi passi di questa opera rinnovata non furono troppo facili, però, trascorso il periodo di assestamento, si cominciarono a nutrire liete speranzo, e così nei primi di Ottobre del 1922 fu trasferito, il collegino, nel nostro convento di Tripoli.

Il 7 Maggio 1924 nella nostra stazione di Alessandretta, dove il 28 Giugno del 1913 si era spezzata la cara esistenza del P. Albino di S. Teresa (Prov. Veneta), rose la sua bell’anima a Dio P. Raffaele di S. Giuseppe.

Era stato trasferito in quella nostra residenza qualche mese prima, dove, col suo carattere aperto e gioviale, si era guadagnato tra il popolo larghe simpatie; escercitando un apostolato, specialmente nel sacro tribunale della penitenza, quanto mai fruttuoso. Colpito da perniciosa, si spense en pochi giorni. I suoi funerali furono un’apotcosi; tutto il popolo di Alessandretta vi prese parte, bambini, a schiere, facevano a gara a portare fiori presso la lagrimata salma. Tutto un popolo, in composta commozione ed in raccolta preghiera, accompagnò alla ultima dimora i resti mortali dello zelante missionario scomparso.

La dipartita del caro e buon P. Raffacle, di cui più volte abbiamo parlato in queste memorie, fu profondamente sentita dal popolo di Biscerri, dove egli era ben conosciuto e sinceramente apprezzato ed amato. Oltre ai solenni funerali celebrati nella nostra chiesa di S. Giuseppe, per iniziativa del Biscerrani, altri solenni uffici funebri furono celebrati in rito maronita nella chiesa di Mar Seba, con grande concorso di popolo, implorante per l’anima eletta pace e iposo sempiterno. R. I. P.

III

Nel 1920 il N. P. Generale P. Luca di Maria SS. ma istituì sul sacro Monte Carmelo un seminario per le missioni. Tra i primi alunni inviati sul S. M. Carmelo vi furono quattro neo-professi (frutto del collegino aperto in Biscerri nel 1911), usciti dal noviziato di Monte Virginio e due giovani studenti della Provincia Genovese. Questi sei studenti rimasero, a spese della Missione, sei anni nel collegio del Carmelo, e negli anni 1925-26, ultimati gli studi sacri ed ordinati sacerdoti, vennero in Siria, dando alle nostre stazioni un valido aiuto, stante il loro entusiasmo e la loro buona preparazione alla vita missionaria. Ecco i nomi dei giovani padri in parola: P. Gerardo della Vergine del Carmelo, P. Clemente di S. Teresa, P. Alfonso (che dal Carmelo nel 1924 tornò in provincia), P. Rinaldo del SS. mo Sacramento, tutt’e quattro della Provincia Romana, P. Placido del S. Cuore di Maria e P. Battista della Madre di Misericordia della Provincia di Genova.

Un anno prima, e cioè nell’Agosto 1924, erano venuti in Missione il P. Riccardo del S. Cuore, P. Michele della S. Famiglia (che poi tornò in Provincia) e Fra Agostino di S. Pietro, tutti della Prov. Veneta.

Il 10 Settembre 1925 i nostri collegiali di Tripoli, in numero di dodici, ripartiti in due macchine (in una ve n’erano otto col fratello converso Fra Agostino, in una seconda quattro col maestro del collegino P. Bernardo), venendo in gita a Biscerri, nei pressi di Hasrun, l’automobile più grande, procedendo a corsa ordinaria, guidata da un autista semi – ubriaco, ribaltò in una sottostante cava di pietre. Fu un vero miracolo se nessuno morì sul colpo, schiacciato o brucciato. Cinque collegiali se la cavarono con leggiere contusioni, mentre tre furono feriti gravemente, uno si ebbe la gamba sinistra spezzata, un secondo riportò un largo squarcio al cuoio capelluto, un terzo ebbe un a grave ferita alla testa e l’avambraccio sinistro spezzato. Il fratello Fra Agostino si ebbe un piede slogato ed una contusione interna, che per parecchio tempo nessun medico avvertì, quantunque egli soffrisse non poco, ma che poi si manifestò con tutta la sua gravità, per cui il carissimo fratello, il 31 Maggio 1926, morì a Cobaiath, lasciando vivo desiderio di sè. Aveva solamente 23 anni e tre di professione.

Va qui ricordata, con viva gratitudino della Missione, tutta l’opera appassionata e disinteressata, apprestata dal medico musulmano Dott. Bissar di Tripoli verso i quattro sinisrati. Egli nella sua clinica di Tripoli visitò accuratamente gli ammalati, operò, fasciò, ingessò,... poi in casa nostra (Tripoli) curò tutti scrupolosamente fino a guarigione completa. Per tanta opera umanitaria egli si accontentò di aver potuto cogliere l’occasione per rendere un servizio alla Missione Carmelitana Italiana; ciò, del resto, egli faceva gratuitamente da parecchi anni. Ma come spiegare tale attaccamento alla nostra Missione de parte di uno dei più potenti musulmani della Siria? Il Dott. Bissar, come ex-discepolo di università tedesche, come maito di una signora tedesca e come nazionalista siriano, non vedeva di buon occhio il dominio della Francia sulla Siria e sul Libano. Ciò posto, si spiega facilmente come egli non di rado avesse delle seccature da parte delle autorità francesi di Tripoli. Ora, dovendo egli recarsi in Germania per ragioni di studio e temendo fondatamente che le autorità militari franceso, durante la sua assenza, lo avrebbero espropriato della clinica e della villa per allargare la vicina caserma, fece finta atto di vendita di tutti i suoi beni al P. Stanislao Intreccialagli, Superiore della Missione. Egli andò in Germania colla famiglia, potè attendere tranquillamente ai suoi affari, senza preoccupazioni di sorta. Le autorità francesi, infatti, tentarono di mettere le mani sugli immobili del Dott. Bissar, ma ebbero la poco radita sorpresa nel constatare che il proprietario di tali beni ea il Superiore della Missione Carmelitana Italiana e quindi, con loro disappunto, non poterono far nulla. Il Dottore dopo qualche mese tornò a Tripoli. Il P. Stanislao si recò subito a fargli visita e si affrettò a restituire al legittimo proprietario tutti i beni ricevuti in consegna. Tanta cortesia e tale provata fedeltà del P. Stanislao colpirono profondamente il medico musulmano e famiglia, per cui egli si vedeva sempre altamente onorato quando poteva endere qualche servizio alla nostra Missione, per la quale egli ebbe sempre viva riconoscenza, alta stima e grande ammirazione.

IV

Il 23 Settembre del 1925, in Tripoli, passò agli eterni riposi la Rev. M. Suor Raffaella di Gesù Crocifisso. Era nata a Capalle (Firenze) il 23 Marzo 1863. Tra le prime dell’Istituto Tersiano di Campi Bisenzio, vi entrava nel 1881, il qe Luglio 1888 ne vestva l’abito colla Ven. Fondatrice Suor Teresa Maria della Croce e con altre ventisei compagne. Fu per vari anni maestra delle novizie dell’Istituto e poi superiora in più case. Nel 1904 partì per la Siria col primo gruppo di suore a dirigere le opere femminili della nostra Missione. Fondò e diresse i primi passi delle comunità di suore ed opere annesse in Cobaiat, Biscerri, Caifa, Beylan ed Alessandretta. Rimpatriata a causa della guerra, fu ancora superiora e maestra comunale in alcune case dell’Istituto. Concluso l’armistizio, tornò in Siria e fondò la casa Tripoli. Ricca di merti, nella serenità della pace del giusto, all’età di 62 anni si spense, volò al cielo il 23 Settembre del 1925.

Nel Settembre del 1925 fu nominato superiore di questo convento di Biscerri il P. Stanislao dell’Assunta, in sostituzione del P. Egidio, che, nominato maestro dei novizi, fu trasferito a Cobaiath.

Il 23 Novembre 1925, vigilia della festa del N. S. P. Giovanni della Croce, nella casa di noviziato, eretta in Cobaiath, sette postulanti coristi e due conversi vestirono le sacre lane del Carmelo. Era la prima volta chè in Missione, dalla sua fondazione, si compiva una tale solenne e commovente cerimonia. Tutta la Missione gioi per tale fausto avvenimento; fu veramente grande la consolazione dei missionari veterani nel vedere, in qualche modo, assicurata alla vita della Missione, una posterità, piena di speranze. Indicibile fu l’entusiasmo dei giovani missionari vedersi affiancare gruppi di altri giovani, esuberanti di vita, rigurgitanti delle più promettenti energie.

Il Superiore della casa di noviziato in Cobaiath, P. Dionisio del B. Redento, colpito da seria e preoccupante malattia, nel Settembre 1926, diede le dimissioni del suo ufficio. Queste furono accettate a malincuore dal consiglio della Missione, così il P. Dionisio fu trasferito a Caifa e dal N. P. Generale fu nominato presidente di quella nostra parrocchia. A Cobaiath fu inviato come superiore il P. Stanislao dell’Assunta, mentre qui, a Biscerri, prese l’amministrazione della casa il P. Bernardo di maria SS. ma, il quale, fino allora, era stato maestro del collegino in Tripoli.

Nell’Ottobre del 25 cominciarono i lavori per la strada dei Cedri. I nostri Padri dovettero cedere, senza compenso alcuno, l’angolo dell’orto (m. 5), prospiciente la nuova casa delle Suore, più due metri in profondità dello stesso orto confiante colla strada, per tutta la lunghezza della nostra proprietà. Così per l’ampiamento della strada dei Cedri i nostri perdettero circa 200 m. q. di terreno; altri 200 m. q. dovettero cedere per l’allargamento della strada davanti la facciata del convento (anni 1930-31).

V

Il giorno 15 Ottobre 1925, a Caifa, dopo sofferenze inaudite, passò da questa vita al cielo il M. R. P. Dionisio del B. Redento.

Un profondo cordoglio colpi la missione tutta, perchè colla perdita d’un sì apprezzato padre, essa perdeva un dei suoi figli più  affezionati, più laboriosi e più stimati. Era stat per parecchi anni direttore di questo collegio di Biscerri, ove col suo garbato e gentile tratto aveva operato grande bene ed era perciò da tutti sinceramente amato. Fu poi superiore e parroco in Alessandretta, superiore del noviziato di Cobaiath e più volte vicario della Missione. Col suo dolce sorriso e colla bontà del suo gran cuore si era acattivato l’affetto e l’ammirazione di tutti. In seguito ad operazione per otite purolenta in cavità, subita nell’Ospedale Italiano di Caifa, morì a soli 43 anni di età, il giorno 15 Ottobre 1925. La N. S. M. Teresa trovò ben preparata l’anima dolce e mite del suo diletto figlio e nel giorno della sua festa la introdusse negli eterni tabernacoli, nelle braccia del suo Gesù.

Il 24 Novembre 1926, festività del N. S. P. Giovanni della Croce, nella nostra casa di Cobaiath, emisero la professione dei voti semplici sette novici coristi ed uno converso. Per la fausta circostanza, il S. Padre Pio XI si degnò di  inviare un prezioso telegramma al supeioe della Missione, impartendo una benedizione tutta speciale ai neo-professi ed ai superiori che avevano lavorato per la ormazione dei nuovi religiosi.

Verso la fine di Novembre il consiglio di missione destinò il nostro collegio di Biscerri a “Domus studiorum” della Missione stessa. Infatti, il 1ºDicembre 1926 si neo-professi furono trasferiti qui a Biscerri, ed il 4 dello stesso mese la vita del piccolo studentato entrò nel suo ritmo normale e, colla benedizione del Signore, si iniziarono gli studi, cominciando così il corso di filosofia, di lingue e di materie secondarie. I nostri sei giovani studenti, per volere del superiore della Missione, ogni giorno insegnavano ciascuno per un’ora ai ragazzi della nostra scuola. Conoscendo essi la lingua araba ed i primi elementi di pedagogia, insegnavano bene, sapevano farsi amare e stimare dagli alunni, per cui la scuola cominiciò a dare un maggiore rendimento. Istituito in questa casa lo studentato, si adottò l’orario proprio delle case di studio, quindi recita dell’ufficio diveno in comune, con due ore di orazione mentale al giorno, ecc... Colla presenza degli studenti questa chiesa ebbe un’officiatura più decorosa; si introdussero tante belle e solenni funzioni con piacere e profitto del popolo, che la frequentava in numero sempre maggiore.

VI

Il 2 Ottobre 1927, sul santo Monte Carmelo, passò a miglior vita il carissimo fratello converso Fra Michele Arc. di S. Maria (Prov. Rom.). Aveva 75 anni di età, 41 di professione. Pio e laborioso, edificava tutti coloro che lo avvicinavano. Per la sua rettitdine nell’operare e per il profondo affetto che nutriva per la Missione, al di cui servizio aveva trascorso quasi tutta la sua vita religiosa, era molto amato e rispettato dai missionari. In Biscerri, dove aveva passato molti anni in silenzioso e proficuo lavoro, era ben conosciuto e stimato. Arguto e franco di carattere, religioso integerrimo, laborioso e ritirato, era una delle figure missionarie più simpatiche e più amate non solo nella nostra comunità, ma anche nei paesi dove egli aveva dimorato per qualche tempo. Chiuse i suoi giorni serenamente, ricco di meriti ed adorno di virtù. R. I. P.

La nostro stazione di Biscerri ha avuto sempre il piacere di dare ospitalità a persone ragguardevoli, specialmente durante la stagione estiva. Tra i molti casi piace qui ricordare la preziosa visita, fatta a questa nostra stazione, nell’Agosto del 1928, da S. E. Mons. Valerio Valeri, Delegato Apostolico in Egitto e poi Nunzio Ap. a Parigi, da Mons. Amleto Cicognani, Assessore della S. C. Orientale e poi Delegato Apostolico negli Stati Uniti d’America, accompagnati entrambi da Mons. Giannini, Delagato Apostolico della Siria e del Libano, il quale era stato nostro graditissimo ospite molte altre volte. Più tardi, era stato nostro ospite Mons. Gustavo Testa, Delegato Apost. Dell’Ogitto (Ott.1935) e Mons. Carlo Margotti, Arciv. Di Gorizia (Luglio 1935).

Nell’agosto del 1928 furono assegnati a questa comunità due nuovi Missionari : P. Mariano di S. Giuseppe (Pr. Veneta) e P. Ermanno del SS. Sacramento (Pr. Lombarda). Il primo dall’Ottobre del 1928 al Marzo seguente fu maestro degli studenti; nominato poi maestro del collegino, fu trasferito a Tripoli. Il P. Ermano, dopo qualche tempo, fu inviato nella nostra missione di Quillon (India).

Nell’estate del 1922 questa nostra residenza fu visitata dal N. P. Generale P. Luca di Maria SS. ma. Tale visita fu prettamente paterna ed anche informativa, ma i missionari furono entusiasti della parola amabile ed incoraggiante del P. N. Preposito Generale.

Il 16 Ottobre 1928 giunse in visita canonica il N. P. Generale P. Guglielmo di S. Alberto, accompagnato dal suo segretario P. Giuseppe D’Arpino. La sacra visita durò dal 16 al 18Ottobre; il N. P. Generale visitò tutto minutamente e minuziosamente; sopratutto lo interessò la formazione dei giovani studenti, i loro studi ed il loro spirito. Rimase molto contento nel constrare il lavoro, l’osservanza, l’esercizio del sacro ministero, esercitato dai padri in larga misura e con grande zelo. Ebbe parole di lode e di plauso per tutti i membri della comunità, per la perfetta armonia che trovò in casa e per lo spirito di sacrifizio con cui tutti affrontavano il lavoro dell’apostolato, il grave lavoro della scuola, dell’insegnamento e della preparazione.

Il 18 Ottobre 1928 in Tripoli spirò nel bacio del Signore il M. R. P. Stanislao del Sacro Cuore. Ai nostri lettori non è nuovo tale nome. La sua perdita non fu improvvisa; da molto tempo era sofferente. Una forma violenta di arteriosclerosi lo prostrò. A 63 anni lasciò questa valle di lagrime per andare a ricevere il premio di tante fatiche, sostenute vigorosamente nel campo del Grande Padre di Famiglia. La venerata salma fu trasportata a Cobaiath e, dopo solenni esquie, fu inumata sotto l’altare maggiore di quella nostra chiesa. Alla memoia dell’illustre missionario scomparso, l’8 Settembre 1935, nelle adiacenze del convento, fu inaugurato un modesto nomunento, per la cui erezione il Duce, Benito Mussolini, concorse personalmente offrendo Lit. 1000.

VII

Col Nostro raccoto siamo arrivati al 1930. Al compilatore di queste memorie piace cra rivolgere uno sguardo retrospettivo, che abbraccia gli ultimi trent’anni di vita dela nostra Missione, così a nessuno potrà sfuggire il progresso, il cammino ascensonale, la fioritura di opere e di personale sempre più promettente, raggiunta da questo verde ramo del grande albero del Carmelo.

La situazione della Missione nel 1900 è questai : padri sette, fratelli tre, capizi cinque. Le case dei missionari sono piccole ed anguste, scuolette di scarso valore. In Alessandretta sono a servizio della Missione quattro Suore di S. Giuseppe dell’Apparizione ed è in costruzione la bella e vasta chiesa parrocchiale.

Nel 1910 la Missione segna già un notevole progresso : padri 12, fratelli 5, ospizi 5, Suore Carmelitane 15. Al principio del decennio (1901) troviam compita la chiesa di Alessandretta, dove poco dopo si costruisce un bel fabbricato che serve per abitazione dei religiosi e per le scuole. A Biscerri sono terminati il collegio e la chiesa, a Cobaiath è allestito un nuovo edifizio scolastico. In questo decennio (1900- 1910) sono portate a compimento le abitazioni per le Suore Carmelitane di Campi Bisenzio e locali delle opere femminili della Missione in Cobaiath, Biscerri e Beylan.

La guerra italo-turco, prima, e la guerra mondiale, dopo, non permise decennio 1910 – 1920, quel progresso che tutti i missionari auspicavano e bravano. Però, anche in questo decennio troviamo nuove e belle opere, avviate ad un ptomettente avvenire.

Padri 15, fratelli 6, Suore 24. Altre opere aperte in tale periodo di tempo sono l’ospedale italiano aperto in Alessandretta, al cui servizio sono chiamate le Suore Carmelitane, alle quali, poco dopo, viene affidata la scuola femminile. Fra tante difficoltà, la Missione apre in Tripoli scuola maschile e femminile. In Biscerri toviamo la nuova, bella ed ampia casa per le suore, a Cobaiath la bella e vasta chiesa con ingrandimento, almono del tripolo, dell’antico ospizio.

Nel decennio che va dal 1920 al 1930 si eseguiscono riparazioni dei danni causati nel periodo della guerra mondiale in tutte le case della Missione. In questo frattempo è completamente trasformata la nostra stazione di Tripoli. Grandiosi e nuovi fabbricati sono costruiti per abitazione dei padri e delle suore, per la scuolo maschile e femminile. In Alessandretta la casa e le scuole sono rifatte ex novo dopo l’incendio doloso del 20 Agosto 1927. Insomma le case della Missione, da semplici e poveri ospizi, che erano, nel corrente decennio prendono forma di convento. Nel 1922 si apre il piccolo seminario della Missione, nel 1925 si manda al noviziato di Cobaiath un primo gruppo di postulanti; nel 1930 se ne manda un secondo gruppo, e così, in quest’anno 1930, la Missione conta padri 20, studenti di teologia 7, novizi 7, fratelli 8, raggiungendo un totale di 42 religiosi. Di più essa conta 40 suore carmelitane italiane e ciraa 20 suore carmelitane francesi, le quali nel 1923 fondano un collegio femminile ed orfanatrofio in Lattaquié e nel 1925 scuola femminile ed ambulatorio a Dher Safra.

Constatando un talebel programma, i missionari tutti sentono il dovere di ringraziare umilmente il Signore, datore di ogni bene. Ai superiori della Missione, che si succedono dal 1900 in poi, lode e plauso per avere portata la nostra Missione, povera, stremenzita e sconosciuta, ad un livello veramente rispettabile, ed avviata verso un avvenir e ricco delle più liete speranze.

Il 24 Ottobre 1930 morì a Ferrara (Italia) il nostro fratello converso Fra Natale di S. Tommaso. Era stato missionario in Siria per 18 anni. Aveva 52 anni di età, 27 di professione. Nelle diverse case della Missione aveva apprestata la sua opera ricercata ed intelligente in molteplici e svariati lavori, specialmente in falegnameria. Fu sempre mite, rispettoso, laborioso ed obbediente. R. I. P.

VIII

Da qulche tempo tra i nostri missionari correvano le voci relative ad un mutamento di giurisdizione della Missione. Questa, secondo tali voci, la si voleva far dipendere direttamente dal Definitorio Generale, ovvero costituire una semiprovincia indipendente, altra ipotesi : affidare la sua giurisdizione ad altra provincia. Quale sia stato lo scopo vero nel far circolare certe voci e nell’avanzare certe proposte non si sa con precisione, Si presume che col fare ciò si avesse di mira un maggiore bene ed un maggiore sviluppo della Missione.

Il P. N. Generale P. Guglielmo di S. Albrto, in un primo tempo, voleva risolvere la questione nel snso di sottoporre la Missione alle dirette dipendenze del Ven. Definitorio Generale, ma, avvertito per tempo che tale soluzione non corrispondeva al desiderio dei missionari, egli allora popose quattro soluzioni, dando a ciascun missionario della Siria ampia libertà di esprimersi su una di esse, di sigillare e di inviare a lui il proprio parere espresso in iscritto. Le soluzioni proposte erano :

1º Approvare la continuazione della giurisdizione attuale;

2° Affidare la Missione ad altra provincia

3° Affidare la Missione alle dirette dipendenze del Def. Generale;

4° Erigere una semiprovincia autonoma.

E’da notare che nei primi mesi del 1931 i padri missionari erano 19, così ripartiti : 10 della Provincia Romana, 6 della Prov. Veneta, 2 della Prov. Di Genova, 1 della Prov. Toscana (escluso il P. Giuseppe Alard, francese, addetto alla Parrocchia di Alessandretta, esclusivamente per il servizio religioso dei suoi connazionali, che sdegnano l’opera italiana).

Le proposte suggerite dal N. P. Generale ebbero il seguente esito :

16 padri si prominziarono per la continuazione dell’attuale giurisdizione, cioè, dipendenza della Missione dalla Prov. Romana:

2 padri per la erezione a semiprovincia indipendente;

1 per la diretta dipendenza dal V. Def. Generale.

Dopo tle risultato il Ven. Definitorio Generale, nella sessione 325 a , il 15 Febbraio 1931, decretò che la Missione di Siria rimane affidata alla Prov. Romana, cui fu assegnata dalle S. Sede, il 4 Novembre 1908, a nomma delle nostre Costituzioni ed Istruzioni e che tale Provincia italiana continuerà ad avere, come per il passato, aiuto dalle altre provincie italiane.

IX

Nell’Aprile 1931 si celerò sul Monte Carmelo il Capitolo Generale dell’Ordine. Il 23 dello stesso mese, con settanta padri capitolari, alla carica di Preposito Generale fu riconfermato il Molto Rev. Do P. GUGLIEIMO DI S. ALBERTO (Prov. Romana).

Era stato cletto la prima volta nel Maggio 1925. In tale capitolo del 1931 la nostra Missione fu appresentata dal suo superiore P. Giuseppe M. di S. Simone Stock, eletto procuratore a pieni voti.

Il 2 Maggio 1931 vennero qui a Biscerri, in gita, tutti i padri capitolari italiani, 21, con a capo il P. Eugenio di S. Giovanni della Croce, Procuratore Generale. Il 4 Maggio vennero alcuni padri capitolari spagnoli, tra cui il P. Bernardino, spagnolo, ex – definitore Generale. Il giono 8 fu nostro ospite il P. Agostino della Vergine, superiore della Missione di Mesopotamia e ex – provinciale di Francia. Dal 10 al 13 Maggio furono nostri graditi ospiti il M. R. P. Lorenzo di S. Basilio, Provinciale di Roma con il P. Paolino, primo Definitore e socio al Cap. Generale. Tutti i padri capitolari furono colpiti dalla sincera cordialità con cui furono fraperiamente accolti, ma sopratutto furono bene impressionati nel constatare a Tripoli, Biscerri e Cobaiath, case da essi visitate, il progresso della Missione e lo spirito di carità, di concordia fra tutti i membri delle diverse comunità.

Ottima impressione ebbero tutti dei nostri studenti indigeni, oormai prossimi al sacerdozio. Il P. Agostino della Vergine, superiore della Missione di Mesopotamia, fu talmente bene impressionato dell’educazione e ormazione dei nostri giovani, che non dubitò di obbligarsi al mantenimento di due vocazioni, per assicurare così alla sua missione futuri aiuti, ossia padri missionari, preparati e formati da noi, qui in Siria. Del resto questo atto di fiducia verso di noi non era il primo, perchè, fin dal 1922, quando si fondò il collegino in Cobaiath, la comunità del Carmelo si obbligò al mantenimento di quatro postulanti, cioè di un terzo dei nostri regazzi, che in quel tempo erano dodici, esigenso evidentemente un terzo del frutto, appena giunto a maturità. Così fu; infatti, nel 1932 furono inviati al Carmelo i primi due giovani padri indigeni.

Intanto il nostro studentato di Biscerri, nel Dicembre 1931, coi neoprofessi giunti da Cobaiath, raggiunse il numeo di dedici studenti, dei quali auattro prossimi al sacerdozio e sei in preparazione al corso di filosofia. A questo gruppo, due del quale studenti di filosofia al Carmelo, va aggiunto uno studente di teologia, nel collegio internazionale di Roma.

Nel Gennaio 1932, nel nostro convento di Treviso, all’età di 63 anni, passò a miglior vita il R. P. Brocardo della S. Famiglia (Pr. Veneta).

Era stato missionario in Siria per oltre un ventennio. Di animo semplice e buono, aveva fatto gran bene alle anime, specialmente nel sacramento della Confessione. Era stato l’ultimo presidente di Mar Sarkis ed il primo del nuovo convento di S. Giuseppe. Durante la grande guerra, fu parrocco latino di Alessandretta, poi di nuovo superiore a Biscerri e primo consigliere della Missione. Fu per qualche mese presidente della nostra nuova residenza in Makri (Anatolia), da dove, nel 1924, tornò in Provincia. Si spense a Treviso, dove, ricco di meriti, volò al cielo, compianto da tutto un popolo, che perdeva nel vechhio missionario conforto, guida e lume nelle vie del Signore. R. I. P.

X

Col consenso unamine della Comunità (4 padri), per decisione del Consiglio della Missione e coll’autorizzazione delle superiori autoritè ecclesiastiche, nel Novembre 1931, fu vendito il nostro ospizio e proprietà di Mar Sarkis per lire oro turche mille e duecento. I suporiori, quantunque a malincuore, si decisero a fare tale vendita per più ragioni :

1° perchè essi non trovavano un fratello o un padre da lasciare stabilemente in quell’ospizio;

2° la proprietà, essendo lontana dal convento di S. Giuseppe, non poteva essere sorvegliaa, come si doveva, nè d’inverno, nè d’estate. Durante l’inverno, infatti, la proprietà era invasa da mandre di capre, con gran danno del bosco e vigna; durante l’estate, essa ea diventato luogo di troppo frequentato da villeggianti, da turisti e da gente del paese. Ciò permesso, i nostri confratelli non erano affatto liberi di godersi la libertà, la pace e lo svago che poteva loro offrire l’ospizio ed il bosco.

3° Quella nostra proprietà, poi, dava un rendimento scarsissimo, sproporzionato alle spese della lavorazione, concimazione e semina. A ciò si aggingevano i continui furti di erbaggi, frutta, uva, legna, ecc.

Colla somma di lire turche 1000 e duescento si intendeva acquistare un buon terreno, adiacente al convento di Mar Iusef. Per difficoltà indipendenti dalla volontà dei auperiori, tale terreno non è ancora stato comperato, ma, certamente, si acquisterà, prima di tutto per rifondere la comunità di Biscerri er la perdita di Mar Sarkis e, poi, perchè si impone la necessità di avere in terreno vicino al convento di Mar Iusef per libertà e comodità dei religiosi.

Il 25 Novembre 1931 da Mar Sarkis furono trasportati qui, a Mar Iusef, i resti di tre nostri confratelli, colà morti e cioè: Fra Andrea, Fra Angelo e Fra Antonino.

Dopo un solenne funerale, i venerati resti, racchisusi in tre cassette furono tumulati nel sepolcreto dei religiosi, eretto dierto l’altare maggiore di questa nostra chiesa.

Negli anni 1930, 31, 32, coi risparmi di questa amministrazione e qualche aiuto del superiore della Missione, furono eseguiti importanti lavori, tra i quali la ripulitura di tutta la casa e scuole (1930), la separazione del cortile colla scalinata di accesso, mura di cinta, attorno al convento (1932), sepolcreto, scalone e corridoio di accesso (1933, 34). Nel e 36 fu lastricato il cortile in cemento e fu fatto il soffitto in cemento aramato con sostegno di numerose e robuste colonne a tutto il convento. Altro lavoro degno egno di nota fu la ripulitura dei magazzini sotto l’ala dello studentato : essi, ridotti a decenti ambienti, furono adibiti a sede del cirdolo della Gioventù Cattolica ed a ripostigli per le squadre ginnastiche e calcistiche.

XI

Questo nostro convento, dai superiori designato ad essere domus studiorum della Missione, dal 1926 in poi accoglie sempre giovani religiosi e, non solo studenti, ma talvolta anche qualche novizio. Difatti, nel 1929 – 30, oltre a quattro studenti di teologia, troviamo un novizio corista (Fra Francesco) e due novizi conversi (Fra Pietro e Fra Elia), venuti dal Monte Carmelo. Nel 1932 – 33 troviamo un nuovo gruppo di studenti di filosofia (sei) e due novizi coristi : Fra Stanislao e Fra Vincenzo. Evidentemente avendo in casa giovani religiosi in permanenza, la nostra comunità era spesso allietata da commoventi feste di famiglia, che tanto bene facevano allo spirito e cioè vestizioni, professioni semplici e solenni, conferimenti di ordini sacri e celebrazioni di prime messe solenni.

Va qui ricordato che il 2 Dicembre 1929 gli studenti Fr. Gglielmo e Fra Elia, usciti dal noviziato di Cobaiath nel 1926, furono ordinati sacerdoti in Beirut da S. E. Mons. Frediano, Giannini, Delegato e Vic. Apostolico.

Nel Luglio del 1932 la Missione raccoglie i primi frutti del collegione, aperto il 19 Aprile 1922. Le primizie di questo collegino, il 10 Luglio 1932, ricevono il sacro Ordine del sacerdozio a Beirut dalle mani del Delagto Apostolico della Siria e del Libano.

Il bollettino ufficiale delle Missioni Carmelitane “Il Carmelo e le sue Missioni all’Estero” così parla del fausto avvenimento, che tanta gioia arrecò alla Missione tutta.

“La nostra Missione di Siria è in festa. Essa registra a caratteri d’oro nella sua storia trecentenaria l’ordinazione sacerdotale di altri oinque giovani etudenti indigeni. Pochi anni or sono altri giovani alunhi della Missione furono ordinati sacerdoti ed oggi essi apportano un prezioso contributo alla vita di questa Missione, lavorando con lodevole zelo in questa porzione eletta del campo del gran Padre di famiglia. Ma questi cinque novelli sacerdoti sono le primizie d’un la voro ripreso nel 1922, anno in cui si riapri il piccolo Seminario della Missione. Questa nostra Missione, che durante la guerra mondiale vide le sue chiese spogliate, le sue case saccheggiate, le sue opere distrutte, nel 1919, confidando nella Divina Provvidenza, si rimise al lavoro, riapri le scuole e così, dopo intenso lavoto di assestamento, durato tre lunghi anni, potè riprendere quella vita sempre più promettente che era stata paralizzata per tutta la durata della grande guerra.

Riordinate le opere, i superiori della Missione rivolsero ogni loro cura nell’educazione e formazione alla vita religiosa missionaria gi giovani aspiranti al sacerdozio. Due postulanti furono inviati nella Prov. Veneta, altri due, già sufficientemente prepari, furono destinati all’insegnamento, in attesa di compiere gli studi sacri, altri giovanetti invece furono ricevuti al Piccolo Seminario, mentre un gruppo, di cinque studenti, appartenenti pur essi alla Missione, frequentavano il corso di filosofia nel collegio internazionale del Monte Carmelo.

Il Signore, visibilmente, benedi gli sforzi dei nostri superiori e la nostra dolce Santina, cui, fin dall’inizio, fu affidata la protezione della nostra cara gioventù, ci dette la consolazione di raccogliere lusinghieri frutti. Difatti nel 1926 la Missione si arricchì di cinque nuovi sacerdoti, già studenti sul Monte Carmelo, ai quali se ne aggiunsero nel 1928 altri due : uno indigeno, . Elia, ed un secondo, italiano, P. Guglielmo, che avevano ultimati 1 loro studi in Missione, e nel Giugno dello scorso anno 1931 si ebbe l’ordinazione del giovane studente indigeno P.Antonio di Gesù. Il 10 Luglio, mese consacrato alla Regina del Carmelo, la Missione ha avuto la gioia di annoverare tra i suoi figli altri cinque sacerdoti indigeni, di cui uno, P. Nilo di S. Brocardo, alunno del collegio internazionale, fu ordinato a Roma, e quattro, alunni del nostro collegio di Biscerri, ricevettero la sacra ordinazione a Beirut e cioè: P. Angelo di S. Antonio, P. Giovanni M. della Croce, P. Rafaele di S. Giuseppe e P. Alberto del S. Cuore.

Questi quattro noelli sacerdoti, l’11 u. S. Celebrarono la prima messa nella Bascilica del S. M. Carmelo ed il 12 celebrarono la prima messa nella Basilica del S. M. Carmelo ed il 12 celebrarono nella Basilica di Nazareth. Nelle prime messe solenni, cantate nella chiesa del collegio di Biscerri, tra la gioia di numerosi confratelli e tra il plauso, auguri, vori di numeroso popolo devoto e commosso, essi inisiarono in Missione il loro sacro ministero, che si svilupperà e diffonderà, sempre più tra il popolo orientale a gloria di Dio, ad onore della Vergine, Regina e Decoro del Carmelo, ed a vanto del N. S. Ordine.

La buona riuscita di questo primo gruppo di nostri confratelli indigeni procacciò alla Missione plauso, lcùi ed ammirazione di persone, che da anni si interessavano della formazione dei nostri giovani. I superiori si ebbero lodi, felicitazioni e congratulazioni da parte di alti prelati latini ed orientali. Degno di nota, poi, è che Mons. Paolo Auad, Arciv. Maronita di Cipro, nativo di Hasrun, incoraggiato dal nostro lusinghiero successo, per ben due volte (1933-34) venne qui, nel collegio di S. Giuseppe per offrire ufficialmente ed affidare ai nostri padri la direzione del suo seminario in Qurnet Salwan (Libano), composto di cinquanta alunni. La Missione gradì l’offerta, valutò l’onore, ma poi non potè accettare per mancanza di personale.

Sempre come conseguenza dell’ottima impressione prodotta dalla completa formazione dei nostri giovani padri indigeni, un ottimo sacerdote di Biscerri, Khury Onotius Giagia, professore di arabo presso i Padri Gesuiti in Beirut, morto nel dicembre del 1936, propose ai nostri padri la fondazione d’un piccolo seminario per la formazione de clero maronita, il quale avrebe dovuto, poi, avere la cura spirituale di Biscerri e paesi vicini. A tal uopo egli si obbligava a cedere ai nostri padri tutti i soi beni, mobili ed immobili... e non erano pochi. Anche in quasto caso i nostri declinarono cortesemente la proposta e l’offerta per mancanza di personale, ma da tali tratti di fiducia essi trassero coraggio per continuare con più alacrità nel difficile lavoro della formazione di religiosi e di missionari.

XII

Nel Marzo del 1922 due giovinetti libanesi, uno di Cobaiath e l’altro di Biscerri, entrarono nel collegio di Adro (Prov. Veneta). Nel Settembre dl 1930 uno di essi, Fra Antonio di Cobaiath, venne ad ultimare i suoi studi qui a Biscerri e nel 1931, nella nostra chiesa di Tripoli, gli fu conferito il sacro ordine del sacerdozio. L’altro, Fra Nilo di S. Brocardo, primo religioso carmelitano biscerrano, appena ultimato il corso di filosofia in Prov. Veneta, fu inviato, a spese della Missione, nel collegio internazionale di Roma, dove il 10 Luglio 1932 fu ordinato sacerdote. Nell’agostodel 1933 egli tornò nel Libano ed il 15 celebrò la prima messa solenne in questa nostra chiesa di S. Giuseppe.

Il bollettino delle Missioni Carmelitane “Il Carmelo e le sue Missioni all’Estero” così parla della prima messa del P. Nilo

“All’entrata del paese una gran calea di gente, condelirante entusiasmo, con accenti della più schietta commozione, tra grida di evviva, tra scriscianti applausi, accompagnò il novello missionario alla chiesa parrocchiale (Mar Seba), sfarzosamente illuminata e letteralmente gromita di popolo. Qui il P. Giovanni M. della Croce dette il benvenutò al novello sacerdote, con alata e travolgente parola; con commossi accenti ringraziò il popolo di Biscerri della schietta ed entusiastica dimostrazione di affeto, tributata al primo religioso carmelitani di questa terra del Libano Nord. Prese poi la parola Mns. Butros Bedri, il quale, tra la più viva attenzione del numeroso uditorio, volle manifestare il gaudio e la gioia di Biscerri, nell’accogliere e nell’acclamare un figlio di questo paese, rivestito dell’abito del Carmelo, insignito del carattere sacerdtale, decorato del titolo di missionario.

I superiori della Missione vollero dare a questa cara ed indimenticabile festa una nota di eccezionale solennità. Per la fausta circostanza quasi tutti i superiori delle stazioni missionarie si tovavano a Biscerri, con a capo il Vic. Prov. P. Giuseppe M. di S. Simone Stock.

La mattina del 15 Agosto, sacro all’Assunzione della Vergine in Cielo, tra una festa di fiori, di luci e di canti, il Rev. Padre Nilo entrò nella chiesa del convento, dove, dopo l’adorazione al SS; Sacramento intonò il canto di Tereza, scortato dai padri della comunità, da studenti, novizi e collegiali. Il novello missionario, avendo per ministri due giovani religiosi indigeni e per patrino il Superiore della Missione, prestando servizio all’altre gli alunni del piccolo seminario, celebrò la prima messa solenne in questa chiesa carmelitana, chiesa che il giovane sacerdote amò e frequentò da piccolo e dove cominciò ad assaporare la poesia e l’incanto della vita del Carmelo. La cappella cantorum della comunità eseguì scelta musica, messa atre voci d’uomo del Perosi, classici mottetti ed appropriate acclamazioni di distinti autori. Tenne il discorso di circostanza il R. P. Giovanni M. della Croce. In apposite bancate assistevano i fortunati, numerosi amici e parenti, tra i quali la nonna e la bisnonna, vecchietta arzilla di oltre 90 anni. Lenumerose comunioni e confessioni dettero a questa festa una nota solenne di fede e di religione. La sera il P. Nilo, cirdondato da numerosi confratelli, imparì la benedizione col Venerabile, sui suoi conterranei, che, genuflessi e devoti, gremivano la chiesa. L’indimenticabile festa si chise col cantosolenne del Te Deum”.

Ed ora il P. Nilo è tornato tra noi: egli è rligioso, sacersote e missionario ed entra così a dare il suo apporto di bontà e d’intelligenza all’opera che l’Ordine del Carmelo svolge in Oriente. Viene così ad aumentare il nucleo di missionari carmelitani indigeni, che con plauso ed ammirazione di tutti esercitano il loro apostolato sotto questo limpido ed’ affascinante cielo orientale. Il lavoro intenso, umile e nascostò sarà la fatica quotidiana di questi novelli missionari. Nell’opera eminentemente religiosa che essi svolgono ad anore e gloria di Dio sono sorretti dall’incoraggiamento dei superiori, che vedeno appagate le loro speanze, sono guidati dal fascino e dall’incanto della dolce figlia del Carmelo, S. Teresina di Lisieux e sono protetti dalla Regina del Carmelo, che dal maestoso trono della sua santa montagna sorride e benedice a questi giovani figli, onore del suo Ordine, speranze della Chiesa e missionari di Cristo.

XIII

Nel Maggio del 1934, la Missione accolse con gioia il P. Nazareno dell’Addolorata, il quale venne in Siria per la sacra visita canonica. Accompagnato dal suo segretario P. Giuseppe D’Arpino, egli si recò qui a Biscerri il giorno 16 Maggio : il 17 april la sacra visita, che fu chiusa il 19; così il N. P. Provinciale si trattenne qui a Biscerri dal 16 al 22 Maggio. Rimase veramente contento e soddisfatto, anzi commosso per l’armonia, spirito d’osservanza, ardore nel lavoro, ordine che riscontrò in comunità. Ebbe parole di compiacimento e di plauso per tutti i religiosi, che in quel tempo erano sedici, e cioè : 5 padri, 6 studenti di filosofia, un novizio cortisa, 2 fratelli e 2 postulanti.

Il 7 Settembre 1936 il R. P. Bernardo di Maria SS. ma, avendo ricoperto l’ufficio di Vicario di questa casa per dieci anni, stanco e cagionevole di salute, dette le dimissioni. Egli fu trasferito temporaneamente a Cobaiath, ed a superiore di questo convento fu fominato il Rev. P. Egidio della S. Famiglia.

Nei giorni 19 e 20 Settembre 1936, dalle mani del nuovo Delegato Apostolico S. E. Mons. Remigio Leprêtre, in questa chiesa di S. Giuseppe, i nostri studenti di teologia recevettero gli Ordini Sacri, e cioè : il 19 cinque studenti ricevettero gli Ordini Minori, ai quali, il giorno, seguente, fu conferito il Suddiaconato, mentre ad altri due il Diaconato. Questo gruppo di studenti, alla fine di Settembre 1936, fu trasferito a Tripoli per continuare colà il corso teologico.

Il giorno 14 Novembre 1936 vennero in questo convento da Cobaiath sei neo-professi col loro maestro P. Bernardo di Maria SS. ma. E’questo il terzo gruppo di sudenti che venne qui per continuare la formazione alla vita del Carmelo cominciata altrove; colla continuazione della formazione spirituale, essi, come i confratelli che li precedettero, compirono qui il corso di lettteratura, per poi cominciare il corso di filosofia.

Il questa memorie si è accennato che nel Concilio Libanese, celebrato nel 1736, a tutte le assise presero parte importante due nostri padri missionari. Nel secondo centenario di tale celebrazione, che ebbe luogo a Békorki, residenza invernale del Patriarca Maronita, tra uno stuolo di alti prelati, tra le rappresentanze di Ordini religiosi e di Congregazioni, figuravano tre nostri padri. La Missione, infatti, fu invitata ufficialmente a tale solenne ricorrenza e fu rappresentata dal Vic. Prov. P. Giuseppe M. di S. Simone Stock, accompagnato da due padri indigeni: P. Nilo e P. Giovanni.

Nel discorsi ufficiale pronunziato da Mons. Abdallah Kury, Arciv. Maronita di Arca, fra l’altro, egli mise in evidenza l’opera del nostro P. Michele svolta nel Concilio Libanese; accennò alle sue beneherenze verso la nazione maronita ed alla sua opera quanto mai preziosa, svolta a Roma, onde far rifulgere, contro inesatte asserzioni, l’attaccamento dei maroniti alla fede di Roma ed alla Sede Aposstolica.

XIV

Prima di chiudere questa raccolta di “Memorie Carmelitane”, è bene dire qualche cosa sullo stato attuale delle opere di questa stazione di Biscerri.

Coll continuata presenza degli atudenti in casa, come si disse al trove, la chiesa, da un decennio, ha avuto un’ufficiatura più regolare,più esemplare e più solenne. Belle funzioni religiose, tridui, novene, mesi interi celebrati con larga predicazione in lingua araba, hanno richiamato e richiamano semre maggiore frequenza di popolo. Il numero delle confessioni è andato sempre più aumentando in modo che se una volta bastava un padre per confessare le persone che frequentavano la nostra chiesa, da qualche anno, tale sacro ministero richiede la presenza di più padri, pechè non solo il popolo di Biscerri preferisce confessarsi dai nostri padri, ma anche gente dei paesi vicini.

Il numero delle sante Comunioni, nel 1926 e negli anni precedenti, non arrivava al migliaio al mese. Da tale anno in poi, esse sono andate gradatamente aumentando da ammontare ad altre 3000 al mese.

In questi ultimi tempi si è radicata e sviluppata, qui a Biscerri, ed in tutti i paesi limitrofi, la più tenera devozione verso S. Teresina del Bambino Gesù. Già nel triduo solenne che si celebrò nell’estate del 1923 per la di lei beatificazione, coll’intervento di S. E. Mons. Frediano Giannini, Deleg. Apostolico e dell’Arciv. Maonita di Damasco, e nel triduo del Maggio 1926, in occasione della Canonizzazione, il popolo di Biscerri apprese ad amare la Taumaturga del Carmeloed apprezzò e subì tutto il fascino del dolce sorriso della giovanissima figlia di Teresa di Gesù. Tale spontanea, rapida e calda devozione fortemente sentita da questo popolo, come del resto in tutto il mondo, è andata sempre più propagandosi, con grande profitto spirituale delle anime.  Nel 1927, in questa chiesa di S. Giuseppe, si benedi e si espose alla pubblica venerazione una devota statua della Santina; e qualche tempo dopo si costituì “La pia Unione di S. Teresa del Bambino Gesù” con 417 iscritti, facendo mensilmente le pratiche di pietà prescritte per tale associazione.

Anche il Terz’Ordine Carmelitano Teresiano ha preso un confortante sviluppo; gli ascritti sono andati man mano aumentando, raggiungendo così il bel numero di 245 tereziarie ed una piccola sezione di terziari, istituita da oltre un lustro, comprendente in maggioranza sacerdoti del paese. E’ancora allo studio il progetto di fondare sezioni del nostro Terz’Ordine in Ehden, a Bukafra, ad Asrun, dove già si contano terziarie isolate.

Nel 1935 si eresse in questa chiesa la confraternita del Bambino di Praga; oggi essa conta 30 ascritti, facendo mensilmente le pratiche e le preci di obbligo.

Anche le nostre scuole, maschile e femminile, dal dopoguerra in poi, hanno avuto numericamente un buono sviluppo. La popolazione scolastica, in entrambe le scuole, è andata sempre aumentando in modo da raggiungere il numero di 150 ragazzi e di 160 bambine.

Per estendere sempre più il raggio del nostro lavoro e per attirare sempre più la gioventù, onde fare del bene alle anime, nell’estate del 1935 si fondò il Circolo della Gioventù Cattolica, si istituì una piccola biblioteca circolante, si inaugurò un campo sportivo e si formarono squadre calcistiche e ginniche. Queste opere sussitono tutt’ora ma vivono e prosperano secondo l’indirizzo che loro si dà.

Piaccia al Signore che la nostra stazione di Biscerri segua e cammini alla luce purissima degli esempi dei nostri antichi padri e che apporti sempre nuovi e copiosi frutti di virtù e di santità. Che il ministero che la Missione Carmelitana dispiega in questa plaga del Libano Nord, per intercessione del glorioso Patriarca S. Giuseppe, cui è dedicata questa stazione, sia sempre più fecondo, si estenda sempre più, si intensifichi sempre meglio per portare al Cuore adorabile di Gesù anime formate alla cirtù, pronte al sacrifizio, aperte alla grazia della cristiana perfezione.

Dicembre 1936.

 

PARAGRAFO ULTIMO

Il compilatore di queste memorie, nel Marzo del 1932, fu incaricato dal Superiore Apostolico di stendere un breve sunto storico della nostra Missione; sunto richiesto dal Console Generale d’Italia in Beirut, onde inserirne il contenuto nell’opera che il R. Ministero degli Esteri stava pubblicando, opera dl titolo “Il genio Italiano nel mondo”. Piace di riportare qui brani di tale sunto e chiudere cosìla raccolta di queste memorie.

“Alla potenza della cività romana nel Levante, troncata dalla caduta dell’impero, successe il nuovo genio latino, rappresentato dai Crociati, prima, e dalle Repubbliche, dopo, genio che più legittimamente rivisse nella razza italiana e continuò ad esercitare la sua influenza in tatto l’Oriente. Cadde l’impero, ma non cadde l’idea universale di Roma, ed il genio di Roma visse nell’Oriente e rimase là a sfidare i secoli, lasciando traccie della sua immortale potenza nelle strade, negli achivi, negli acquedotti, negli anfiteatri e nei templi.

“I Crociati Italiani, adunque, con la forza delle armi e colla potenza dell’intelligenza, sul vecchio tronco della civiltà romana innestarono una civiltà nuova, che dimostrerà ai secoli omogeneità di razza ed identità di genio.

“Razza italica e quindi razza romana impresse in tutto l’Oriente orme fondelebili nel cammino politico, militare e commerciale con la potenza delle sue Repubbliche e segnatamente con la fierezza della Repubblica Veneta. Però l’influenza italiana nel Levante non si restrinse soltanto al terreno politico, militare e commerciale, ma ebbe un’espansione parmenti fattiva nel campo religioso.

“Erati italiani, da sette scoli, montano la guardia al Santo Sepolcro, scrivendo pagine del più fulgido eroismo nell’affermare e difendere i diritti della Chiesa e della Patria.

“Le missioni in Oriente, affidate ai diversi ordini religiosi, se al principio ebbero carattere internazionale, con l’andare del tempo alcune rimasero tali, altre, invece, per assumere una fisionomia prettamente nazionale, si scelsero un campo di apostolato ben circoscritto. Tale fisionomia, però, col progresso del tempo si mutava a seconda della preponderante influenza politica della nazione europea. E così le secolari missioni cattoliche della Siria e del Libano, che, dalla loro origine fino a qualche decennio fa, erano italiane, sostituirono poi gradatamente i religiosi italiani con missionari francesi e quindi le missioni divennero naturalmente francesi.

“Fra tante, una sola missione, pure consapevole dei rischi, cui andava incontro, volle mantenere il suo carattere prettamente italiano. Promesse, minacce, ostruzionismo, guerra subdola, poi aperta, poi sleale, fomentata da agenti della Francia, non riuscirono ad indebolire il fiero patriottismo di un manipolo di missionari italiani, i quali, in un primo tempo, loro malgrado, dovettero subire la protezione di quella potenza europea, che aveva oresitato da Venezia il diritto di tutelare gl’interessi dei cattolici in Oriente, quando poi essi poterono assicurarsi la benevolenza materna della patria lontana, rinunziarono spontaneamente alla protezione francese e la Missione Carmelitana della Siria e del Libano divenne ufficialmente italiana.

“Questa fiera decisione, che inizialmente si presentava pienna di incognite, ma con la efficace protezione della patria potè mettere la Missione in condizioni di vita più fattiva e più prospera, fu rievocata alla Camera dei Deputati dall’On. Orazio Pedrazzi, nella tornata del 26 Marzo 1926 :”Sono le missioni religiose che hanno tenuto vivo il culto della Patria, quando nessuno era rimasto laggiù a rappresentare l’Italia. Sono i Camelitani di Alessandretta e di Tripoli che da trecento anni vanno diffondendo nel Libano la parlata itliana e che nel 1911 hanno rinunsiato sdegnosamente al protettorato francese, inalberando quattordici bandiere italiane alle finestre dei loro conventi. (Vivi e prolungati applausi).

“La nostra Missione, la più antica di tradizioni italiane in Oriente avrebe potuto estendere sempre più il raggio della sua attività, avrebbe potuto stabilirsi in altre regioni, costituendo altri centri e fare così opera di apostolato di religione e di patria, ma ahimé ! Venero in Europa le soppressioni degli Ordini religiosi e la nostra Missione si vide forzatamente costretta a restringere il suo apostolato per mancanza di personale. La sua attività, la sua vita, la sua espansione fu paralizzata, e col più vivo dolore i missionari dovettero chiudere le belle e promettenti stazioni di Aleppo e di Beirut. Quest’Ultima stazione era alle dipendenze della comunità internazionele dell’Archicenobio del Monte Carmelo in Caifa.

Nel primo decennio del secolo corrente la nostra Missione riprende il suo cammino con passo lento, però successivamente, non ostante le terribili difficoltà create dalia guerra italo-turca e poi dalla guerra mondiale, i nostri missionari continuano coraggiosamente il cammino intrapreso, ma cammino ascensionale, raccogliendo copposi frutti spirituali, facendo del gran bene alle popolazioni tra le quali essi esplicano il loro sacro ministero.

“Figli e figlie del Carmelo lavorano indefassamente qui in Siria per portare anime a Gesù. Mettono in campo mille industrie per il sempre maggiore benessere spirituale, intellettuale ed anche materiale di questo popolo siriano.

“Il Carmelo ha disteso nella Siria e nel Libano una fitta rete di opere missionarie, che attualmente, tra la massa musulmana, danno scarso rendimento, ma che apporteranne copiosi frutti, quando piacerà a Colui cui compete dare incremento al nostro lavoro :”Deus autem incrementum dat”.

“All’ombra della Santa Montagna del Carmelo, in diverse località di questo terre del Levante, vivono opere apostoliche vecchie e nuove.

“Alle vecchie stazioni missionarie, ricche di opere, di storia, onuste di meriti, sempre giovani di sacro ardimento si affiancano opere nuovo, piene di vigore, di ardore e di rosee speranze.

“I centri della nostra attività missionaria non sono più le vecchie e squallide stazioni missionarie e gli oscuri ospizi d’uns volta, ma gli attuali centri di apostolato carmelitano sono conventi, sono comunità, sono collegi, scuole, parrocchie, cappellante, ospedali, ambulatori.

“Ai vdcchi e gloriosi nomi delle stazioni di Tripoli, Biscerri, Cobaiath, Alessandretta, Beylan, si aggiungono altre fondazioni recenti in Lattaquie e Der Safra; altre recentissime in Slenfe e Beirut. Tutte località, queste, care ad ogni cuore carmelitano, esse costituiscono palestre di zelo, di apostoato, formano tutto un intreccio di opere missionarie, tutta una ree distessa in queste terre d’Oriente.

In esse e con esse i figli e le figlie del Carmelo, aducati e formati alla scuola della grande anima missionaria Teresa di Gesù e fratelli e sorelle di S. Teresina del Bambino Gesù, protettrice di tutte le missioni cattoliche, essi, adunque, esercitano un apostolato, che è apostolato umile, silenzioso, nascosto; apostolato di amore, di carità e di sacrifizio : apostolato insomma che ha un’unica, sola e santa ambizione : Portare anime a Gesù.

= DA MIHI ANIMAS CAETERA TOLLE



[1] In questo tempo era Patriarca Mons. Girges Omaira.

[2] - la verità è nell’anno 1516

[3] Fu Girges Omaira.

[4] Si intende il poeta Gibran Khalil Gibran